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Il suo ruolo al Vajont

Laureato in ingegneria idraulica e Dipendente SADE dal 1937 Mario Pancini svolgeva il ruolo di ingegnere capocantiere della SADE. Seguiva, da responsabile, l’avanzamento dei lavori di costruzione della diga e tutto ciò che riguardava il cantiere della Società. 

Mario Pancini è responsabile di tutti gli aspetti riguardanti la costruzione dell’impianto dall’apertura dei cantieri alla fine dei lavori. Per quel che riguarda la zona delle imposte lo preoccupava molto il fatto che ogni volta che minavano la zona, per l’asportazione della roccia per ospitare i pulvini della struttura, si formavano continue crepe e fessurazioni della parte di roccia considerata in un primo momento sana. Questo aspetto rese necessario l’intervento del geotecnico L. Muller che trattò appunto principalmente le problematiche relative alle imposte della diga e solo successivamente venne coinvolto anche per la tenuta delle sponde.

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Segue attivamente tutti gli aspetti riguardanti gli invasi sperimentali e l’inizio dei movimenti della sponda sinistra del serbatoio a seguito della prima prova d’invaso. Nel 1961 torna a Venezia per occuparsi anche di costruzione di altre centrali termiche continuando nel contempo a seguire i lavori di completamento alla diga del Vajont e tutti i controlli degli strumenti della diga recandosi in valle ogni qual volta fosse stato necessario. Questi strumenti, annegati all’interno del calcestruzzo, servivano a stabilire e controllare il comportamento dell’opera sia durante la costruzione sia durante la messa in carico e l’esercizio del serbatoio.

Pancini partecipa attivamente a tutte le visite effettuate dalla commissione di collaudo, a tutte le riunioni di cantiere con i vari geologi che seguivano i movimenti della parte in frana sul versante del Toc, conoscendone le diverse ipotesi e previsioni; è dunque informato di tutti gli aspetti che riguardano la conduzione e le problematiche del serbatoio dando anche consigli sulle procedure da attuare. Arriva a redigere un promemoria nel novembre del 1960, quando la situazione sul Toc si stava manifestando in maniera preoccupante: era già comparsa la fessura perimetrale sul monte Toc e si era verificata la frana del 4 novembre all’interno del bacino. Inoltre lo studio di Edoardo Semenza sulla sponda sinistra aveva portato a definire un’enorme volumetria di massa in frana stimata in 200 milioni di metri cubi di roccia, dato espresso successivamente nel rapporto Muller del 3 febbraio 1961.

In questo promemoria, sottoposto anche all’attenzione di Carlo semenza, Pancini scrive:

Qualunque sia la natura del movimento attualmente in atto lungo la sponda sinistra del serbatoio è da presumere che il movimento stesso non cesserà sino a che non si sia raggiunto un nuovo equilibrio nella condizione peggiore, e cioè un massimo invaso durante la stagione delle piogge. È certo comunque che se la sponda sinistra, o una porzione di essa puntasse contro la sponda destra, non si dovrebbero più temere grandi smottamenti e che sarebbe ragionevole favorire piccoli smottamenti così che il riempimento del fondovalle venisse raggiunto per gradi. In ogni caso non è pensabile alzare il livello al massimo invaso finché buona parte della forra non sia riempita. Ciò premesso io vedo due possibilità:

1) svasare il serbatoio fino a quota 590 entro dicembre mantenendo il livello a quella quota, in seguito:

          eseguire la galleria di bypass nel 1961;

          riprendere gli invasi nell’autunno inverno ‘61-‘62 [Nota di Semenza a mano: “partendo in gennaio possiamo aver finito in settembre e riempire già in ottobre-novembre ‘61”];

          arrivati a quota 650 circa, alzare ed abbassare il livello del serbatoio più volte fino a provocare il franamento di una certa parte di materiale che consenta di spingere, con una certa tranquillità, gli invasi anche a quote superiori.

Con questo programma il livello massimo potrebbe essere raggiunto nella primavera-estate 1963; [nota a mano di Carlo Semenza: “se non succede niente di grave, anche in primavera ‘62”];

2) provocare subito [nell’inverno a venire] qualche smottamento alzando ed abbassando il livello per la quota 650-670 m; ciò fatto stabilire se la galleria è necessaria.

Vantaggi: può darsi che non occorra la galleria […] Svantaggi: se si provocasse un enorme movimento di terra e fosse necessaria la costruzione del Bypass, quest’ultima avverrebbe in condizioni estremamente difficili. Sulla possibilità che il movimento assuma proporzioni disastrose [nota a mano di Semenza:GUAI !!”] solo i geologi possono dare un parere” […]”. L’ing. Semenza, sull’intero promemoria, scrive: “d’accordo sulla prima soluzione, anticipando gli svasi e invasi a ottobre 1961”.

Pancini ipotizzava dunque la possibilità di cadute parziali della frana che, riempiendo progressivamente l’alveo del Vajont, potessero sostenere il resto della massa fino ad un nuovo equilibrio, sostanzialmente quello che gli era stato espresso dai geologi.

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Si tenta dunque di mettere in atto questo tipo di procedura ma i successivi invasi e svasi non comportano le cadute di materiale all’interno del bacino come tutti si aspettavano anzi, con il terzo invaso, portato fino a quota 710, i movimenti subiscono un brusco aumento e sempre senza causare cadute frontali della massa. La decisione di svasare con la convinzione di rallentare i movimenti, come si era osservato nei precedenti svasi, si rivela controproducente portando ad un ulteriore e repentino acceleramento dei movimenti.

Il primo ottobre 1963, con lo svaso del serbatoio in atto, Pancini parte per le ferie negli Stati Uniti ma si tiene comunque in contatto con i suoi collaboratori che lo tengono informato sull’evolversi dei movimenti franosi: L’ing. Caruso prende il suo posto per supervisionare le attività nei pressi della diga e l’ing. Gallo lo tiene costantemente informato sull’evoluzione del movimento franoso.

A seguito del repentino peggioramento della situazione Biadene scrive all’ing. Pancini di rientrare dalle ferie proprio la mattina del 9 ottobre 1963 concludendo la missiva con la famosa frase “che iddio ce la mandi buona”. I movimenti in atto sono ormai fuori controllo, nessuna parte frontale si stacca dal resto della frana che si muove compatta e alle 22:39 cede di schianto su tutto il fronte provocando il disastro.

Nella requisitoria del Pubblico Ministero, all’ing. Pancini non viene contestato l’omesso allarme come ad altri imputati, in quanto trovandosi all’estero negli ultimi giorni non poteva rendersi conto dell’effettivo ed imminente pericolo in atto. E’ chiamato però a rispondere di tutte le altre accuse formulate per gli altri imputati essendo a conoscenza della grave situazione di pericolo, delle prove sul modello della valle e di tutte le relazioni e i dati riguardanti gli spostamenti, partecipando attivamente anche alle decisioni e procedure da attuare. La richiesta del PM è quella di rinvio a giudizio per omicidio e lesioni colpose plurime, disastro di frana, disastro di inondazione con l’aggravante della previsione dell’evento e di procurato danno di rilevante entità. La sentenza del Giudice Istruttore del 21 febbraio 1967 conferma il rinvio a giudizio per Mario Pancini per tutti i reati a lui contestati. Il processo viene spostato a L’aquila per motivi di legittima suspicione. Oppresso dai sensi di colpa e schiacciato dalle responsabilità e dalle accuse a lui ascritte, Mario Pancini si suicida nella sua abitazione a Venezia alla vigilia dell’inizio del processo, il 24 novembre 1968. 

Davide Serpagli

Stralci deposizioni Pancini tratti da: https://archiviodigitale-icar.cultura.gov.it/it/185/ricerca/detail/2640344

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