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Tina Merlin, Il suo ruolo al Vajont

Tina Merlin è la giornalista che ha seguito la storia del Vajont dalle fasi iniziali fino alla sua tragica conclusione; è sicuramente uno dei personaggi più iconici di tutta la vicenda ma anche uno dei più controversi che nel corso degli anni ha creato anche divisioni: tra un’ opinione pubblica che tende a mitizzarla, e molti dei protagonisti e addetti ai lavori coinvolti nella vicenda che tendono invece a criticarla, ne vedremo i motivi.

Nasce a Trichiana (Belluno) il 19 agosto 1926. Dal 1951 al 1967 è corrispondente locale del quotidiano “l’Unità”. Nello stesso periodo segue da vicino le vicende del Vajont, prima e dopo la catastrofe del 9 ottobre 1963.

E’ sicuramente suo il merito principale di aver dato voce e risonanza mediatica alle preoccupazioni e ai soprusi subìti da parte degli abitanti di Erto per la costruzione del grande bacino a pochi metri sotto il paese.

Un primo articolo riguardante le problematiche della Valle Tina lo scrive sull’Unità l’ 11 settembre 1958 dal titolo “A Erto villaggio di montagna la SADE ha il “suo” Sindaco”.

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L'Unità 11 settembre 1958.

 Tina critica aspramente l’operato dell’allora sindaco di Erto, Caterina Filippin, per aver ceduto, tramite trattativa privata con la SADE, i suoi terreni destinati ad essere sommersi dal lago artificiale. La questione parte dal 1956 quando erano in atto le trattative tra i possidenti dei terreni destinati all’esproprio e la SADE. I prezzi proposti dalla società erano ben al di sotto del valore corrente di mercato e i diretti interessati opponevano dunque resistenza alla vendita forzata, convinti che anche il sindaco Filippin, interessata dallo stesso problema, potesse in qualche modo mediare e fa alzare i prezzi di vendita. L’azione combinata riesce a far aumentare leggermente l’offerta della SADE che risulta però essere sempre al di sotto dei normali prezzi delle trattative locali. Alla fine il Sindaco cede i suoi terreni trattando privatamente con la SADE non preoccupandosi più delle esigenze degli altri possidenti che si trovano così ad essere costretti a cedere i loro terreni sottovalutati. Tina all’interno dell’articolo definisce il Sindaco “la signora della SADE” e ne invoca le dimissioni.

 A seguito della frana del 22 marzo 1959 avvenuta nel bacino di Pontesei Tina scrive un articolo uscito il giorno successivo: “Frana la montagna in val di Zoldo. Decine di paesi isolati e un operaio scomparso”. All’interno dell’articolo si fa riferimento anche alla corriera miracolosamente scampata alla frana e alla scomparsa di Arcangelo Tiziani, carpentiere della ditta Cargnel, in servizio nei pressi della diga. Il suo corpo non verrà mai ritrovato.

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L'Unità 23 marzo 1959.

Un altro pezzo Tina lo scrive Il 5 maggio 1959 sempre sull’Unità: “La SADE spadroneggia ma i montanari si difendono”. Importante questo articolo e che avrà delle conseguenze per la giornalista. All’interno dello scritto si analizza la preoccupazione degli abitanti di Erto alla luce di quello che stava succedendo al paese di Vallesella sulle sponde del lago di Pieve di Cadore, dove le case del paese venivano destabilizzate dalla presenza dell’acqua, e di quello che era successo proprio a Pontesei, dove una grossa frana era precipitata nel bacino artificiale della SADE. Tina descrive come gli abitanti si siano riuniti in comitato per la difesa della valle ertana. All’interno dell’articolo si fa riferimento anche alla preoccupazione per la stabilità del paese di Erto, minato dalla futura creazione del lago artificiale. Nota molto importante: nessuna menzione viene fatta nei confronti della sponda del monte Toc, segno che in questo periodo storico quella zona non destava alcuna preoccupazione. E' per questo articolo che, tre giorni dopo, la Giornalista viene denunciata dalla pubblica autorità per la diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico. Il processo partirà il 10 novembre 1960.

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L'Unità 5 maggio 1959.

Sempre nel 1959, a settembre, Edoardo Semenza comincia a rendersi conto della presenza di una possibile frana antica nella zona del Toc, la quantificherà in 50 milioni di metri cubi nella sua relazione del giugno del 1960, importante questa cifra e da tenere ben impressa; Tina Merlin ancora non ne fa menzione in nessun articolo.

Si arriva al 4 Novembre 1960 quando si verifica la prima importante frana sulla sponda del Toc, quella da 700.000 metri cubi che non provoca particolari danni a cose e persone. Quattro giorni dopo, l’8 di novembre, Tina si occupa dell’accaduto e scrive, sempre sull’Unità: “Una gigantesca frana precipita a Erto nel lago artificiale costruito dalla SADE”. In occhiello si legge: “Le acque del bacino si sono alzate di oltre un metro, per fortuna il cedimento si è verificato nel versante opposto al paese”.

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L'Unità 8 novembre 1960. 

Vale la pena soffermarsi proprio sull’occhiello e sulla parola fortuna. Perchè Tina Merlin ritiene fortunato che l’evento si sia verificato su quella sponda anziché quella in cui sorge Erto? Evidentemente ancora alla fine del 1960 non conosceva la reale situazione della sponda del Toc, finora non ne aveva ancora parlato. Se lo avesse saputo sarebbe opportuno pensare che si sarebbe espressa con ben altre considerazioni.  Ancora nessuna menzione quindi sulla possibile presenza di una grande frana in quella zona, che Edoardo Semenza stava rivalutando da 50 a 200 milioni di metri cubi. Le sue preoccupazioni rimangono ancora focalizzate sulla stabilità del paese di Erto.

Sei giorni dopo la piccola frana, il 10 di novembre 1960 inizia il processo a Tina per l’articolo precedentemente citato, quello del 5 maggio 1959, al processo vengono portate quindi anche prove dell’avvenuto franamento di soli 6 giorni prima, il che avvalora le preoccupazioni per il paese di Erto che potrebbe subire lo stesso evento. Il 30 di Novembre il processo si conclude con la sentenza d’assoluzione a Tina Merlin ed il suo giornale in quanto nulla vi è stato di esagerato, falso e tendenzioso all’interno dell’articolo del 5 maggio 1959.

Dopo l’assoluzione Tina continua nella sua campagna a difesa della valle ertana e il 21 febbraio 1961 scrive per la prima volta della presenza di un’enorme frana da 50 milioni di metri cubi sulla sponda del Toc, e qui il focus non è più sulla stabilità del paese di Erto ma dei possibili danni da inondazione che l’abitato potrebbe subire. Ma perché proprio questa cifra? E’ esattamente la prima stima espressa da Edoardo Semenza nel 1959, probabile quindi che ne sia venuta a conoscenza attraverso qualche addetto ai lavori (si vociferava nell’ambiente che Tina ne fosse stata informata dal giornalista del Gazzettino Armando Gervasoni che, a sua volta, prese informazioni dall’ing. Pancini). Alla SADE però avevano già in mano quella da 200 milioni di metri cubi espressa nel rapporto Muller del 3 febbraio 1961 (18 giorni prima l’uscita dell’articolo).

Dopo l’articolo del 21 febbraio, Tina non scriverà più nulla sulla vicenda del Vajont, e sarebbe lecito chiedersi il motivo. Dopo quella data infatti, molti sarebbero stati gli elementi degni di nota per seguire fino in fondo l’evoluzione dei fatti: non si trova nulla riguardante il peggioramento della situazione sul versante del Toc di fine 1962 e neanche del 1963, quando la condizione appare evidente nella sua drammaticità e nei giorni precedenti il disastro si procede agli sgomberi della zona. Probabile che la redazione del giornale ‘l’Unità’ abbia voluto evitare ulteriori azioni giudiziarie. Solo dopo la catastrofe vengono pubblicati i suoi articoli, nei giorni 10,11 e 13 ottobre dove vengono descritte le conseguenze della catastrofe sui paesi coinvolti e nello specifico su Longarone.

Il 10 Ottobre nella confusione generale della notte appena trascorsa parla di cedimento della diga come causa del disastro: “Sono a Ponte delle Alpi: la strada è bloccata da agenti della polizia, carabinieri, soldati. Non si passa. Solo le autoambulanze, i mezzi della polizia e dell’esercito possono passare il posto di blocco, avanzare verso Longarone, il paese di duemila abitanti sommerso nella notte dalla valanga d’acqua che l’ha investito dopo che la diga sul Vajont ha ceduto”.

Un articolo, in particolare, che ha generato un po’ di confusione è quello del 11 ottobre 1963, 2 giorni dopo il disastro. Tina scrive: “Io mi feci portavoce di quei montanari e scrissi per 'l’Unità' un articolo, indicando quello che sarebbe potuto accadere e che oggi è accaduto così come esattamente lo avevo descritto. La pubblica autorità mi accusò di propagare notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico”. Non vengono però indicati nell’articolo i periodi a cui fa riferimento.

Questo stralcio che si trova in molti resoconti, decontestualizzato dall’intero articolo, può portare ad interpretazioni sbagliate. Sembrerebbe infatti che la Giornalista abbia indicato la presenza e la possibile caduta della frana e per questo motivo sia stata denunciata.  E’ da qui che nascono molte delle critiche rivolte alla Giornalista da personaggi coinvolti ed addetti ai lavori che contestano questo passaggio; sempre da qui nasce anche quel processo di mitizzazione di gran parte dell’opinione pubblica che vede in lei una sorta di figura eroica che previde il disastro e non fu ascoltata ma, anzi, pure denunciata. Sono ancora molte infatti le persone, specialmente all’interno del "mondo" social che collegano l’articolo in cui Tina scrive della presenza di un’enorme frana da 50 milioni di mc sul Toc alla sua denuncia per diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico. Ma l’articolo in questione, come visto, fu scritto nel febbraio 1961, il processo alla giornalista si chiuse il 30 novembre 1960. Quando dunque, Tina scrisse per la prima volta della frana, il processo si era già concluso. La Merlin dunque non poteva essere stata denunciata per quell’articolo.  Molto importante quindi seguire l’ordine cronologico degli eventi altrimenti si rischia una non corretta narrazione dei fatti come spesso capita ancora di leggere soprattutto nel “mondo“ social.

Nell’articolo del 13 ottobre continua nella sua denuncia: «MAGARI FOSSI RIUSCITA A TURBARE L’ORDINE PUBBLICO». In cui riassume quello che era successo negli anni precedenti.

 Scrive inoltre: “Avevo commesso il «reato» di registrare i fatti e un vice brigadiere dei carabinieri mi accusò di aver diffuso «notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico». Fossi veramente riuscita a turbarlo l’ordine della SADE, oggi non saremmo qui a piangere i nostri morti e a maledire i responsabili!

Qualcuno molto più in alto di un funzionario di polizia sperava di tappare la bocca, di intimorire e mettere a tacere i valligiani. Tra la denuncia e il processo scrissi altri pezzi. E furono probabilmente quelli che contribuirono a farmi assolvere. Nel frattempo, infatti, sul monte Toc si erano prodotte fenditure e successivamente una frana era precipitata giù dalla montagna. Parlai del pericolo di nuovi smottamenti e crolli, parlai di una massa di 50 milioni di metri cubi che minacciava di piombare a valle. E sbagliai solo per difetto.” In questo passaggio viene meglio specificato che gli eventi e gli articoli successivi a quello oggetto di denuncia hanno contribuito all’assoluzione anche se l’articolo in oggetto non menzionava in alcun passaggio una possibile instabilità del Toc.

Come detto in precedenza quindi Tina rimane uno dei protagonisti assoluti di tutta la vicenda, con un ruolo decisivo nell’aver dato esposizione mediatica a ciò che stava succedendo al Vajont. Ben due anni prima fu lei a denunciare quello che sarebbe potuto accadere al Vajont, anche se non aveva a disposizione una stima corretta ma non per questo fu denunciata. Il paese di Erto era la sua preoccupazione principale all’inizio della vicenda sia dal punto di vista geologico sia dal punto di vista delle persecuzioni che gli abitanti stavano subendo per favorire la costruzione del bacino, attraverso espropri forzati dei terreni pagati una miseria dalla SADE, molto al di sotto del reale valore.

Da sottolineare che il paese di Erto non ha mai subito alcun tipo di movimento in tutto l’evolversi della storia, neppure a seguito della catastrofe, era considerato sicuro, e su questo dato il parere dei vari geologi è sempre stato unanime. E' questo un altro punto su cui si fondano molte delle critiche rivolte alla Giornalista.

Davide Serpagli

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