Un giorno qualunque, ma non molto...

L'anniversario del 9 ottobre era passato da poco e tra me e me stavo maledicendo la sorte che, a causa di una sciagurata concatenazione di eventi lavorativi e familiari, mi aveva tenuto lontano da quella valle, nonostante stesse andando via una "ottobrata" coi fiocchi: giornate ancora tiepide, nessuna nuvola neanche a invocarla, un sole pieno e i colori dell'autunno che riverberavano da togliere il respiro.... e io, ancora relegato dietro una scrivania, col rischio di lasciar passare quello splendido frangente senza poterne approfittare....

Poi, in un tardo pomeriggio, squilla il cellulare. Dall'altra parte, il buon Bruno (da sempre il Bruno), amico e vajontista ancora più accanito di me. Con lui abbiamo condiviso i bei tempi della gioventù alpinistica, almeno trent'anni e trenta chili fa, quando andar per crode era un piacere e una sfida alle leggi della gravità. Uomo dalle pochissime parole, come nell'indole di ogni montanaro che si rispetti, uno che va subito al sodo, il Bruno... in arrampicata - fosse in palestra come in parete - guai a dire una parola di più...sempre meglio mezza di meno: "Te ciàcoi massa" [1], oppure "Tasi e ràmpega!" [2] erano i suoi rimbrotti più frequenti.

Si vede che quel giorno deve essere stato spinto anche lui dalla "vajontite", quella patologia cronica che non ha sieri di guarigione.

"Cosa fai domani?"

Non un "ciao", non un "come va?"... sempre diretto ed essenziale, il Bruno!

"Lavoro...." rispondo io, reprimendo un rigurgito di parolacce potentissime.

"Trova il modo di venire su in valle, perchè io vado!"

La sequela di improperi che ne è seguita da parte mia ve la risparmio... posso solo dire che è stato impossibile trattenerla! Poi ho preso tempo, in ufficio l'indomani ci sarebbe stata tutta la squadra, chissà che il capo non mi accordi un giorno di ferie, anche se preso in corto finale?? Incrocio le dita - anche quelle dei piedi - e lo chiamo. Vuoi che sia stato in giornata buona, vuoi che avesse intuito le mie necessità, non pone problemi!

"Bruno, ci vediamo su in diga per pranzo, prima non posso!"

"Fa anche prima!", e riattacca... sempre ruvido come la carta vetrata doppio 0, il Bruno!

Zaino sempre pronto, anche se si viaggia leggeri: non sono in programma grandi cose, ma col Bruno non c'è mai da essere certi di nulla. Butto in macchina anche l'imbracatura e i cordini, sai mai che gli sia venuta voglia di fare la ferrata! 

La mattina dopo riesco a sistemare tutte le faccende di casa, ore 11 sono già in autostrada. Scorre veloce, il viaggio.... A4, passante di Mestre, A27, Ponte nelle Alpi.... In poco più di un'ora sono a Longarone, altra manciata di minuti e sono al parcheggio della diga. Ore 12 e 10, poco più... ma il Bruno è già lì che sta aspettando! 

Tradizione vuole che il pranzo al Vajont lo si consumi sempre nello stesso posto, a Erto, non dirò dove perchè ovunque vai mangi bene! 

E poi si va! Dove? Il giro classico: dal parcheggio della diga scendiamo al manufatto e poi sù in frana sul versante opposto. Facciamo tutto il sentiero del bosco vecchio e poi ancora oltre, fino ai resti di casa De Lorenzi; poi di nuovo a scendere sulla frana e a risalire dall'altra parte, vicino Casso, dove vedi la val del Piave verso sud, domandandoti ogni volta quanto deve essere stata grande l'ondata in discesa verso Soverzene... anche perchè la "grande signora" vista da quel punto sembra quasi insignificante.... ma dietro ci vedi la frana che, sebbene addolcita dall'incedere inesorabile del tempo che Madre Natura ha impiegato ricoprirla di alberi, fa ancora paura.

Ma ho chiacchierato troppo... forse il Bruno ha ragione! Lascio spazio alle foto scattate quel giorno, in quella gita improvvisa.

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[1] "Parli troppo!"

[2] "Taci e arrampica!"

 

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Il passaggio sulla parte orientale della frana permette di cogliere di infilata il lago residuo (lago C) sovrastato dal c.d. "diedro", punto di distacco e ritenuto a torto a rischio crollo all'indomani del disastro: ciò provocò lo sfollamento immediato di Erto e Casso. Sopra il lago si erge in tutta la sua maestosità il monte Certen.

 

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Spostandoci ancora verso oriente si riesce a prendere un altro scorcio significativo: sua maestà il Toc, con la sua grande ferita lasciata dal distacco del lobo orientale di frana; il bosco Massalezza, trascinato giù dalla sua posizione originaria; a sinistra, ancora il "diedro". In primo piano, la porzione orientale della frana in tutta la sua vastità. All'indomani del 9 ottobre il lago residuo "sbatteva" contro di essa, innalzandosi progressivamente e obbligando alla costruzione della stazione di pompaggio ubicata in Val Tuora.

 

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Quando sei sulla frana e ti giri verso i paesi, quello di Casso ti colpisce come un maglio: la sua ostinata inclinazione ne testimonia tutta la caparbia volontà di sopravvivenza. Nella foto in alto si può apprezzare l'opera salvifica della parete verticale sottostante il paese, dove l'ondata principale si è infranta con tanta violenza da rimbalzare fin sul versante del Toc; a destra del paese si vede la località Conteòna e parte della frana di San Simone che si apprezza invece in tutta la sua grandezza nella foto in mezzo, dove si può vedere anche il monte Salta

 

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Dal pianoro di frana nei pressi del parcheggio sterrato si può rendersi conto della enormità della frana: da sinistra, ancora parzialmente illuminato dal sole, il "diedro" così battezzato da Edoardo Semenza che fu il primo a scongiurarne il crollo, restando tuttavia inascoltato; in ombra, le due nicchie di distacco frana sul versante del Toc, la cui vetta è ancora illuminata; a destra, in alto, Punta Vasèi.

 

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Un'altra inquadratura presa dalla medesima posizione di quella precedente

 

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Una panoramica in grandangolo: da sinistra, il monte Certen e il comprensorio del monte Toc con l'intera nicchia di frana; punta Vasèi

 

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Tornati sui nostri passi e guadagnato il versante dei paesi, dopo una breve passeggiata attraverso un piacevole bosco si arriva ad affacciarsi sulla Valle del Piave, con il fiume che scorre verso il mare; appena sotto il punto di osservazione, c'è la diga, con la frana incombente.

 

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La visita alla valle è finita, si ritorna a Erto dove il Bruno ha lasciato la macchina, in tempo per un ultimo "cicchetto" al banco del bar.

Chiudo con questa foto - scattata però in un'altra occasione, stavolta "invernale" - ma che permette di ammirare la valle che, dopo essersi mostrata in tutto il suo splendore, si riveste di nuvole basse che rendono ancora più accattivanti gli ultimi riflessi del sole sul monte Certen e sulle Cime dell'Ardotto.

Testo e foto di Gianmarco Calore

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