Apriamo questo settore per raccontare attraverso le foto (tratte dai vari archivi e collezioni personali) la quotidianità della vita nella valle del Vajont, prima di quella fatidica ORA ZERO del 9 ottobre 1963, spartiacque tra un prima e un dopo.
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Primi anni Venti.
Nella valle del Vajont la prima guerra mondiale ha avuto come (unico) lato positivo l'allargamento della strada vecchia per Erto, prima di allora poco più che una mulattiera transitabile al massimo con carri trainati da cavalli.
Le opere militari di sbancamento della strada l'hanno quindi trasformata in quella che le guide del tempo definiscono "strada carrozzabile", ad uso e consumo dei primi veicoli a motore che si stavano diffondendo.
Ad approfittarne per scopi commerciali ci pensa la ditta "Giordani" che inaugura il primo servizio di trasporto persone per la val Cellina. La prima salita a Erto in automobile è infatti del maggio 1913, come documentato dal Gazzettino del 16 di quel mese.
Nella foto, uno dei primi torpedoni impiegati allo scopo.
Credits Lorenzo Dal Cortivo


Inizio Novecento
Questa bella cartolina viaggiata (collezione Elda Deon Cardin) immortala i lavori di allargamento della strada vecchia per Erto, di seguito catalogata come strada carrozzabile. Sullo sfondo, il cartonificio Protti il cui titolare tanta importanza ebbe anche per la realizzazione di questi lavori.
Non esistono testimonianze iconografiche di come fosse fatta prima la strada: probabilmente si trattava di un sentiero transitabile da carri e carrozze. Il suo sbancamento e allargamento resero possibile il transito anche ai veicoli a motore, tanto che la prima salita a Erto con una vettura a motore è del maggio 1913, come narrato dal Gazzettino del 16 di quel mese.
La strada verrà poi adattata al transito dei veicoli militari pesanti da parte dell'esercito austriaco in occasione della 1° Guerra Mondiale.

Anni Cinquanta
Questa bellissima fotografia (credits gruppo "Longarone ieri oggi domani") immortala quattro giovani donzelle in gita lungo la canaletta Protti.
Ci troviamo nella parte finale, già fuori della forra e nei pressi del cartonificio. La canaletta Protti fu la prima opera idraulica realizzata tra il 1899 e il 1900 per volontà del proprietario dell'omonimo cartonificio per poter attivare una piccola turbina in grado di assicurare energia elettrica per il funzionamento dei macchinari.
Come funzionava?
All'altezza del Ponte di Casso (quindi a monte dell'abitato del Colomber) era stato costruito un piccolo sbarramento sul torrente Vajont, di soli 8 metri di altezza, in grado di intercettare e deviare in galleria una parte delle sue acque; era stata quindi realizzata una canaletta scavata in roccia, in un misto di gallerie e settori all'aperto, che sbucava sulla valle del Piave scendendo fino a una vasca di raccolta che serviva per alimentare la turbina del cartonificio; l'acqua in esubero veniva restituita immediatamente al Piave, così come avveniva con l'acqua utilizzata per la turbina.
Oggi della canaletta Protti esistono alcuni resti, mentre i settori in galleria sono interamente ostruiti dai detriti di frana.

Oggi quella galleria non esiste più. Su quel promontorio nel periodo dei lavori sorgerà il cantiere avanzato di Icos-Consonda: tutto verrà spazzato via dall'ondata del 9 ottobre.
La strada vecchia per Erto fu allargata e resa carrozzabile all'inizio del 1900, quindi adattata dagli Austriaci al transito dei mezzi pesanti con l'avvento della prima guerra mondiale, quando si capì che la valle del Vajont occupava una posizione strategica per il controllo di due regioni, il Veneto e il Friuli Venezia Giulia.

Foto scattata a Valdapònt nell'inverno del 1943, ritrae il piccolo Duilio "Fozza" con in braccio un agnellino (credits Le Vie della Memoria).
Anche qui in valle i problemi si fecero sentire: numerose sono le testimonianze di chi vide i combattimenti con i partigiani arroccati sulle montagne, ma anche episodi di fucilazioni sommarie dei prigionieri catturati dai tedeschi. La valle del Vajont era infatti un punto importantissimo di collegamento tra Veneto e Friuli, tra la valle del Piave, la Val Cellina e la Val Zemola, dai cui versanti si poteva controllare un territorio immenso. Solo pochi chilometri più a valle, nella forra del Vajont presso l'abitato del Colomber, italiani e tedeschi si contesero il ponte omonimo che collegava i due versanti della valle all'altezza della chiesetta di S. Antonio, dinamitato e ricostruito sotto la minaccia delle armi e di quelle odiose ritorsioni sulla popolazione civile.
La guerra - una guerra civile ancora più pericolosa di una guerra convenzionale - rese le privazioni ancora più insopportabili e anche solo un agnellino come quello della foto poteva fare la differenza in seno a una famiglia.
Nemmeno vent'anni dopo si combatterà un'altra guerra in questa valle. Una guerra più subdola, fatta di carte bollate al posto dei mitra e di espropri al posto dei rastrellamenti: la guerra contro la SADE. Sappiamo come è finita.

Ieri e oggi.
Località Valdapònt, strada provinciale Erto - Cimolais. La foto di sinistra è stata scattata negli anni Quaranta; quella di destra in tempi attuali, entrambe più o meno dallo stesso punto (credits Le Vie della Memoria).
Il tempo che passa non ha modificato poi molto il luogo: la strada è stata asfaltata, i paracarri sono stati sostituiti da un ben più utile guardrail, le case sono state ristrutturate.
Il fascino di questo meraviglioso borgo è rimasto invece immutato.
Chi viene nella valle del Vajont vada OLTRE la diga, OLTRE la frana, non solo mentalmente ma anche fisicamente: ci sono tantissimi borghi che meritano di essere visitati, vissuti, ammirati: qui il tempo sembra assumere una dilatazione diversa e certi scorci sembrano essere usciti da un libro delle favole. Come diceva una pubblicità di tanti anni fa? "Provare per credere!"

Erto, 1956.
Questa foto (credits "Le Vie della Memoria") è stata presa verosimilmente dalla località "I Mulini". Le spalle del fotografo sono rivolte al fondovalle orientale, cioè verso le sorgenti del torrente Vajont; la diga sarà costruita invece dalla parte opposta, fuori inquadratura, oltre il paese.
Nel punto di questo scatto la valle del Vajont assume tutto un altro aspetto da quello ben più tetro e angusto della forra che si incontrerà più a valle, soprannominata "la gola del diavolo": un aspetto florido e rigoglioso, ma soprattutto molto più ampio (da qui il nome Vajon = vallone).
Sotto il paese si evidenzia un'area lussureggiante composta da piccole località dai nomi suggestivi quali "Le Rive", "Sot n'Ert", "Caston di Sotto", con addirittura quattro piccoli ruscelli che dalla prossimità di Erto si univano al torrente Vajont: il Rio Nere, il Rio Piccolo, il Rio Fontana e il Rio Borgia.
Tutta quest'area sarà spazzata via dall'ondata di risalita di quel maledetto 9 ottobre: un'onda di circa 40 metri che, risalendo il bacino, dilavò entrambe le sponde andando a infrangersi in fondo alla valle, recando con sè morte e distruzione.

Gennaio 1963, strada di Valdapònt: mi piace pensare che questa foto (credits sito "Le Vie della Memoria") sia stata presa dopo un pranzo domenicale, con la consueta passeggiata pomeridiana.
In quel mese alla diga avevano già iniziato a svasare il bacino al termine della 2° prova di invaso perchè i capisaldi sul Toc nel novembre precedente - con il lago a quota 700 - si erano mossi con una media di 1,5 cm/giorno. Lo svaso terminerà a marzo 1963, due mesi dopo lo scatto di questa foto, con il lago a quota 650.
Tutto questo sembra non riguardare questi signori, i quali probabilmente nemmeno conoscono simili dettagli. Sanno solo che c'è un lago che cresce, una diga che tiene, proprietà perdute e sommerse...
Mancano 10 mesi all'ora Zero.

Ancora oggi quando si parla con la gente dei paesi colpisce il profondo senso di appartenenza a quei luoghi. Non è spirito di campanilismo fine a sè stesso, come si potrebbe pensare in modo superficiale, bensì un legame profondo che li rende un tutt'uno con il territorio. Il loro territorio. Se riesci a capire questo, se il tuo approccio è l'ascolto e non l'arroganza, è gente che apre il suo cuore.
La foto qui sotto (credits sito "Le Vie della Memoria") ritrae una famiglia verosimilmente di Valdapònt negli anni quaranta: non si sa sa la guerra c'è ancora o si è conclusa da poco. Oggi si direbbe una famiglia allargata; ieri era semplicemente una famiglia. E nelle famiglie di allora si viveva spesso tutti insieme: genitori, nonni, zii, generi e nuore. Era la normalità.
Di questa foto colpisce per prima cosa la fierezza negli sguardi delle persone immortalate: una fierezza semplice, mai spavalda, fondata sull'unità della famiglia nella quale tutto era fatto per durare, dagli oggetti più semplici ai rapporti tra le persone.

La riscoperta dei luoghi e delle persone che li abitavano passa per i piccoli gesti di ogni giorno. Questa foto (credits Karim Manarin, pagina Le Vie della Memoria) è stata scattata nel 1953 in località Valdapònt, una località per molti aspetti "strategica" situata in sponda destra idrografica tra Erto e San Martino, ancora oggi comodamente raggiungibile in auto. Grazie alla suo quota più alta, fu risparmiata dall'onda di risalita di quel tragico 9 ottobre 1963.
Una famiglia in mezzo alla neve con la slitta rigorosamente costruita in casa dal papà (gli abitanti di Valdapònt erano riconosciuti come i più abili intagliatori e lavoratori del legno).
Sembra un gesto di ordinaria quotidianità, ma questo semplice attrezzo era addirittura fondamentale per l'economia domestica: non era solo un semplice giocattolo, ma d'inverno serviva ai bambini per andare a scuola, quando le strade erano ricoperte di neve; serviva d'estate a portare giù la legna e il fieno raccolti in val Zemola, con le fette di lardo di maiale usate per lubrificare i pattini quando non scorrevano sull'erba a causa del peso del carico; poi, una volta scaricato, la slitta veniva presa in spalla e si risaliva di nuovo fino ai prati, per portare giù il resto.
Una quotidianità scandita da gesti semplici, tuttavia importantissimi, che erano il legame stesso della comunità in un "mondo piccolo" che bastava a sé stesso.


Sotto l'aspetto più strettamente geologico, sulla destra si può notare quella depressione che aveva indotto Edoardo Semenza a individuare il punto di distacco della frana da 50 milioni di mc evidenziata in prima battuta alla fine del 1959. Solo dopo il disastro fu chiaro che quella depressione era solo un'antica dolina che non avrebbe comunque avuto alcun ruolo nell'intera vicenda.

Il nome Troi de Sant'Antoni (sentiero di S. Antonio) deriva dalla presenza di un'antico tempietto votivo che si trova tuttora appena passato il cimitero di Casso. In questa foto sono immortalati madre e figlio, con l'immancabile soprannome che serviva a distinguere le varie famiglie in una valle dove i cognomi ufficiali erano pochi e accomunavano più nuclei.
Il Troi de Sant'Antoni è percorribile ancora oggi in circa 3 ore e mezza, ma è classificato EE (escursionisti esperti) a causa di tratti molto esposti e non attrezzati che richiedono preparazione e tecnica di progressione in ambiente alpino molto elevate.
Non va confuso con il Trui dal Sciarbòn (sentiero del carbone) con il quale pure si unisce, ma che parte invece da Erto e si snoda verso Est lungo il vecchio tracciato percorso dalle donne ertane che, con le pesanti gerle sulle spalle, si recavano in val Zemola a prendere il carbone da usare in casa o da portare addirittura fino a Longarone proseguendo lungo il Troi de Sant'Antoni.
Il Trui dal Sciarbòn, pur essendo decisamente più abbordabile, presenta tuttavia alcuni brevi tratti esposti che richiedono passo sicuro e assenza di senso di vertigine, in particolare un traverso ripido su ghiaia molto instabile.
La bellezza selvaggia di questi percorsi ci fa capire come doveva essere la vita di ogni giorno in quella valle, dove ogni piccolo oggetto da portare a casa diventava una conquista. Sotto l'aspetto semantico, nonostante i due paesi distino tra loro pochi chilometri, si notano già alcune piccole differenze.

Di questa signora non sappiamo nulla di più del suo nome; sappiamo tuttavia che sopravvisse al disastro del 9 ottobre.
