La discussione sull'argomento è stata suddivisa per aree tematiche QUI
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Un'altra foto scattata dalla frana nei pressi del coronamento permette di notare la porzione del lago A in fase di drenaggio, il coronamento danneggiato, i lavori di rinforzo della spalla destra, le due gallerie e la parte dove sorgeva il cantiere di Molièsa, completamente annientato.

1964, sopralluoghi.
Nello studio della frana viene coinvolta anche la Fondazione Lerici, che in quel periodo aveva sede a Milano. Si tratta di un'importante organizzazione scientifica specializzata in prospezioni geofisiche per lo studio del sottosuolo.
I loro tecnici, già attivi sulla piana di Longarone, si spingono fin sul piano di scivolamento della frana per effettuare studi e accertamenti.
Qui ci troviamo sulla sommità del lobo di frana occidentale, quello più vicino alla diga, dove il piano di scivolamento - finalmente individuato - è evidentissimo anche nella sua inclinazione compresa tra i 40 e i 45 gradi.
Sullo sfondo, punta Vasèi.
Credits foto: Paolo DF

1964, sopralluoghi.
I tecnici della Lerici, già attivi sulla piana di Longarone, si spingono fin sul piano di scivolamento della frana per effettuare studi e accertamenti.
Qui ci troviamo sulla sommità del lobo di frana occidentale, quello più vicino alla diga, dove il piano di scivolamento - finalmente individuato - è evidentissimo anche nella sua inclinazione compresa tra i 40 e i 45 gradi. Si noti l'inclinazione degli alberi del Bosco Vecchio, trascinati giù dalla frana.
Credits: PaoloDF

25 aprile 1964, sopralluoghi.
La foto è stata scattata dai tecnici della Fondazione Lerici, impegnati nei sopralluoghi presso l'area di frana. Immortala il cratere lasciato dal lago B, ormai completamente riassorbito e sostituito da una zona paludosa che tale rimane ancora oggi.
Il lago B fu creato dal rimbalzo dell'ondata principale che, dopo essersi infranta sulla parete verticale sotto il paese di Casso, fu respinta fin sotto le pendici del Toc.
Credits foto: Paolo DF

25 aprile 1964, sopralluoghi.
La foto è stata scattata dai tecnici della Fondazione Lerici, impegnati nei sopralluoghi presso l'area di frana. Immortala il lobo orientale di frana e il c.d. "diedro" che tanta preoccupazione stava arrecando in ordine a un suo possibile franamento nel lago residuo (fuori inquadratura), in quel momento in fase di abbassamento del livello. Alla base del piano di scivolamento si nota il "bosco del Vecio", ribattezzato "bosco Massalezza", trascinato giù dalla frana. Sullo sfondo, la mole imponente del monte Certen.
Credits foto: Paolo DF

10 ottobre 1963.
I numerosi sorvoli effettuati dai velivoli militari sull'area del disastro ne immortalano da ogni angolazione tutta la devastante portata. Questa aerofoto a colori viene scattata sulla verticale di Longarone e fa ben comprendere la gigantesca mole della massa franata; sui due lobi di frana a destra sono ben visibili la porzione del Bosco Vecchio e quella ribattezzata Bosco Massalezza che, a seguito dell'azione di strappo, hanno sormontato tutto il materiale caduto. Credits foto: Comitato Sopravvissuti del Vajont

1963, lago residuo.
Un'altra aerofoto a colori permette di notare il livello significativamente alto del lago residuo che al suo culmine arrivò a quota 728 (oltre 6 metri il coronamento diga); i segni di dilavamento delle sponde causati dall'ondata di risalita che ha cancellato tutte le frazioni che si affacciavano sull'invaso si va ad esaurire contro il margine orientale avendo ancora forza e altezza sufficienti per distruggere il ponte Therenton che sovrapassava l'immissione del torrente Vajont.
Credits foto: Comitato Sopravvissuti del Vajont.

Un'altra significativa aerofoto scattata sulla verticale della frana, a ridosso della diga.
Si può notare il margine superiore di rimbalzo dell'ondata principale, contenuta dalla parete verticale della falesia. L'edificio quasi sullo strapiombo è la scuola elementare del paese, rimasta danneggiata. Dell'area di cantiere di Molièsa non resta nulla se non alcune tracce dei basamenti in cemento armato dove si sviluppava la via di corsa della teleferica. Credits foto: Comitato Superstiti del Vajont.

Longarone, 1964.
Nella valle del Piave è ancora l'anno-zero. Le operazioni di soccorso e ricerca si sono concluse, ora tocca pensare alla ricostruzione: nella brulla spianata lasciata dall'onda si affacciano timidamente i primi cantieri: bisogna ripristinare i collegamenti da e per la pianura. Il guard rail in primo piano - di nuovo tipo - è collocato lungo il nuovo tracciato della s.s. 51 d'Alemagna; contemporaneamente si sta lavorando per il ripristino dei collegamenti ferroviari che avverrà già nell'estate di quell'anno. Alle case, a come sarà la nuova Longarone ci penseranno dopo. Credits foto: Comitato Sopravvissuti del Vajont

Piana di Longarone, ottobre 1963.
Questo frame tratto da uno dei documentari RAI trasmessi pochi giorni dopo il disastro immortala un'anziana sopravvissuta: la sua espressione, il suo sguardo, la sua dignità non hanno bisogno di ulteriori parole.
Sullo sfondo, il gigantesco lago lasciato dall'impatto dell'ondata di tracimazione uscita dalla forra. Sullo stesso versante, le abitazioni della frazione di Dogna scampate alla furia grazie alla loro posizione sopraelevata e alla protezione garantita dal versante della montagna.

1963, ottobre.
L'Aeronautica Militare sorvola i luoghi del disastro e scatta questa aerofoto dalla verticale su Codissago. La frazione appare parzialmente lesionata nella parte a quota più bassa; si sono invece salvate le case a quota più elevata, riparate anche dal costone della montagna.
Si nota il lago lasciato dall'impatto dell'ondata fuoriuscita dalla forra, dove un tempo sorgeva l'ex cartonificio Protti (all'epoca "Cartiere di Verona") e si scorge appena il vecchio tracciato della strada di ponte Campelli.
Credits: gruppo FB Longarone e dintorni: ieri, oggi e domani

Longarone, fine 1963.
Questa fotografia (credits Lorenzo Dal Cortivo) vale più di mille parole. E' stata scattata sul luogo dove sorgeva la chiesa parrocchiale del paese, della quale restano solo i pochi gradini dell'altar maggiore e il pavimento.
I Vigili del Fuoco hanno recuperato una delle campane, trascinata dalla furia delle acque fin sul versante opposto della valle e l'hanno depositata ove un tempo sorgeva la cella campanaria.
Un altro piccolo grande miracolo avverrà nello stesso periodo molto più a valle, a quasi 60 km verso sud: a Fossalta di Piave verrà recuperata quasi del tutto integra la statua della Madonna Immacolata, collocata oggi nella nuova chiesa di Longarone.

Ancora più drammatico risulta il confronto tra il prima e il dopo. A sinistra, la chiesa parrocchiale con la sua piazza e gli altri edifici; a destra, il luogo in cui sorgeva l'edificio religioso. Tutto attorno, il nulla....
Credits: Lorenzo Dal Cortivo

1963, ottobre.
Una rarissima foto dell'aula della scuola di Casso devastata dall'impatto con l'aria che ha preceduto l'arrivo dell'ondata. La scuola si trovava appena fuori il raggio d'azione dell'acqua e dei detriti, ma è rimasta comunque danneggiata. Dalla finestra si vede il versante destro del monte Certen e la c.d. "forfeluta".
Credits Lorenzo Dal Cortivo

1963, ottobre.
I soccorritori stanno continuando l'opera di ricerca e bonifica sulla spianata ove prima sorgeva il centro di Longarone. L'azione di livellamento fatta dalle ondate scese dalla forra è impressionante. Sullo sfondo a destra, le case della frazione di Dogna miracolosamente scampate alla distruzione testimonia l'azione "chirurgica" del mix letale di aria, acqua e detriti.
Credits foto: Lorenzo Dal Cortivo

1964 - lo studio della frana.
Edoardo Semenza e Daniele Rossi scrivono il loro studio intitolato "Studio geologico della massa scivolata dal monte Toc il 9 ottobre 1963 e delle zone limitrofe". Non si tratta di una perizia vera e propria ma di un lavoro sotteso ad analizzare sotto il profilo strettamente geologico il fenomeno verificatosi quella notte. Nello stesso periodo i professori Raimondo Selli e Livio Trevisan, su incarico del giudice istruttore Mario Fabbri, stanno redigendo la perizia che più e meglio si avvicinerà alla ricostruzione della dinamica del disastro.
La foto è scattata sul cratere di frana verso il margine orientale della stessa (sullo sfondo si nota il Bosco massalezza - o bosco del Vecio - e una porzione del diedro di cui abbiamo già parlato) e immortala il punto di giunzione tra la massa franata (a destra) e la vecchia sponda destra idrografica (dove sorgono i paesi); in mezzo passava il torrente Vajont all'interno della vecchia forra.

1964 - lo studio della frana.
Edoardo Semenza e Daniele Rossi scrivono il loro studio intitolato "Studio geologico della massa scivolata dal monte Toc il 9 ottobre 1963 e delle zone limitrofe". Non si tratta di una perizia vera e propria ma di un lavoro sotteso ad analizzare sotto il profilo strettamente geologico il fenomeno verificatosi quella notte. Nello stesso periodo i professori Raimondo Selli e Livio Trevisan, su incarico del giudice istruttore Mario Fabbri, stanno redigendo la perizia che più e meglio si avvicinerà alla ricostruzione della dinamica del disastro.
La foto - originale, non ricolorata - ritrae gli illustri geologi in fianco sinistro, sulla massa di frana antistante il paese di Casso, probabilmente sul sommitale del Bosco Vecchio. Si nota la vistosa inclinazione degli alberi, a testimonianza dell'azione di strappo con cui quell'area fu trascinata in basso.
La lettera P indica la massa di frana che ha completamente occluso la forra del Vajont; La sigla Lo indica il monte Certen Therten verso oriente.

1964 - lo studio della frana.
Edoardo Semenza e Daniele Rossi scrivono il loro studio intitolato "Studio geologico della massa scivolata dal monte Toc il 9 ottobre 1963 e delle zone limitrofe". Non si tratta di una perizia vera e propria ma di un lavoro sotteso ad analizzare sotto il profilo strettamente geologico il fenomeno verificatosi quella notte. Nello stesso periodo i professori Raimondo Selli e Livio Trevisan, su incarico del giudice istruttore Mario Fabbri, stanno redigendo la perizia che più e meglio si avvicinerà alla ricostruzione della dinamica del disastro.
La foto è scattata dal cratere di frana e ritrae il lobo occidentale. La diga è appena fuori campo sulla destra. Viene ripreso il Bosco Vecchio, trascinato anch'esso con un'azione di strappo e addossatosi sulla massa di frana.
In alto a sinistra si nota Punta Vasèi.

1964 - lo studio della frana.
Edoardo Semenza e Daniele Rossi scrivono il loro studio intitolato "Studio geologico della massa scivolata dal monte Toc il 9 ottobre 1963 e delle zone limitrofe". Non si tratta di una perizia vera e propria ma di un lavoro sotteso ad analizzare sotto il profilo strettamente geologico il fenomeno verificatosi quella notte. Nello stesso periodo i professori Raimondo Selli e Livio Trevisan, su incarico del giudice istruttore Mario Fabbri, stanno redigendo la perizia che più e meglio si avvicinerà alla ricostruzione della dinamica del disastro.
La foto è scattata dal cratere ora occupato dalla frana, la cui propaggine si nota a sinistra. Immortala il lago B, creato dall'ondata di rimbalzo che, dopo avere urtato la parete di Casso, è stata respinta nuovamente verso il Toc dilavandone le sponde; e, appena più a monte, quello che fu chiamato il bosco Massalezza, già conosciuto come il "bosco del Vecio": tale area boscosa si trovava sulle pendici del Toc e fu trascinata con un'azione di strappo fino a ricoprire la frana stessa: Selli e Trevisan ne dimostreranno la cinematica sancendo come l'immensa mole si staccò con un leggero distacco temporale (probabilmente qualche secondo) tra la zolla orientale e la zolla occidentale, confermando la testimonianza degli operai Specia e Roman che parlarono di due distinti boati.
L'area verde obliqua a sinistra in secondo piano è il famoso diedro, il cui crollo fu ritenuto da tutti (tranne da Semenza) come assolutamente probabile: incombendo sul lago residuo, che era già a quota preoccupante, si temette una nuova ondata dagli esiti infausti per il paese di Erto che fu quindi evacuato.

1963, prima e dopo il disastro.
Le foto (credits ProgettoDighe) prese dalla sponda sinistra praticamente dalla stessa posizione, all'altezza del luogo ove si trovava il piccolo piazzale antistante la cabina comandi centralizzati, danno esattamente l'idea della portata della catastrofe.
Oltre la diga, si notano gli ingressi delle due gallerie che portavano a Dogna e a Erto, oggi non più esistenti. Longitudinalmente si intravvede il tracciato del vecchio sentiero di cantiere che collegava la diga a Moliesa, i cui resti si vedono subito sopra. Sull'estrema sinistra della foto del "dopo" si notano le strutture di consolidamento della spalla destra, che aveva denunciato particolari criticità durante le prove di invaso, costringendo la SADE a ulteriori lavori di rinforzo mediante apposizione di piastroni metallici tirantati.

1963, dopo il disastro.
Questa aerofoto (tratta dal materiale a corredo dell'istruttoria processuale) immortala la diga e il lago A creatosi all'indomani della frana. Prende di infilata anche il luogo ove sorgeva il cantiere di Molièsa, permettendo di scorgerne solo i basamenti strutturali e le fondazioni dei fabbricati spazzati via.
In basso, la galleria di adduzione alla diga è stata sgomberata dai detriti ma non ancora riaperta. Oltre la diga, la forra porta tutti i segni della potente aggressione da parte dell'ondata di tracimazione. Si notano anche alcuni camion, probabilmente militari

1964.
La distruzione del ponte-tubo e della presa di approvvigionamento per la val Gallina lasciano la centrale di Soverzene in fuori servizio. Si impone quindi la necessità di riattivare in tempi strettissimi il relativo collegamento idraulico attraverso la costruzione a tempo di record di un secondo ponte-tubo.
La foto (credits ProgettoDighe) immortala la teleferica tesa appena a valle della diga, e necessaria per il trasporto e la calata dei vari materiali tramite i già ben collaudati blondin.
Della cabina comandi restano solo i rinforzi in cemento realizzati in roccia; la casetta che si vede sopra il pulvino è la stazione sismografica riattivata a maggio dal prof. Caloi e dotata di tre nuovi sismografi in sostituzione di quelli presenti nella cabina comandi, andati distrutti.
Sul paramento della diga si nota il segno di appoggio di questa sul pulvino della spalla sinistra.

1964.
Mentre la centrale di pompaggio sta abbassando il livello del lago residuo, scongiurandone eventuali tracimazioni, continuano senza sosta le operazioni di monitoraggio del monte Toc. In particolare, nonostante Edoardo Semenza sia fin da subito di parere contrario, si teme la possibile caduta anche del c.d. "diedro", quell'ammasso di roccia che sale dal margine orientale di frana fin quasi sul Toc, proprio sulla verticale del lago residuo. Un suo crollo con il lago ancora a quota pericolosamente elevata potrebbe creare enormi ondate in grado di interessare il paese di Erto, già evacuato.
Nella foto (credits ProgettoDighe), un gruppo di tecnici presso uno dei punti di osservazione realizzati verso la val Tuora. Alle loro spalle si può scorgere un potentissimo binocolo militare, probabilmente fornito dalla stessa Aeronautica che in quei giorni sta continuando i rilievi dall'alto.

Novembre 1963.
Uno dei tecnici incaricati della sorveglianza dell'area di frana viene immortalato in sinistra idrografica, appena a valle della diga, nei pressi del punto di installazione di una teleferica militare piantata all'indomani del disastro per consentire il passaggio di materiali da una sponda all'altra.
La foto (credits ProgettoDighe) permette di notare che già alcuni lavori sono stati fatti: sul coronamento è stata realizzata una prima passerella provvisoria per raggiungere l'area in cui si trovava la cabina comandi, per accedere ai pozzi montacarichi anche nel tentativo di riattivare le paratoie della diga per scaricare le acque del lago A.
Sulla sponda opposta, ove sorgeva il cantiere di Molièsa, il territorio è irriconoscibile e delle vecchie strutture non è rimasto assolutamente niente. La parete verticale sopra cui sorge Casso mostra tutti i segni del violentissimo impatto con l'ondata sollevata dalla frana, sul cui corpo si intravvede la realizzazione della prima strada di cantiere per ripristinare i collegamenti con Cimolais, attualmente interrotti.

L'emergenza derivata dalla frana del 9 ottobre è ancora ben lontana dal suo rientro: la massa all'interno del bacino non si è ancora assestata, non si conosce ancora in che modo la diga risponderà alle sollecitazioni di tutto il materiale che spinge sul suo paramento di monte, il livello del lago residuo sta continuando a crescere, si temono nuovi distacchi dal Toc, soprattutto nella zona del c.d. "diedro", problema questo che ha imposto l'evacuazione totale dei paesi di Erto e Casso.
Vengono quindi organizzati turni continuativi di vigilanza attraverso postazioni di osservazione ricavate in sponda destra idrografica, lato paesi, dalla diga in su, lungo tutto il margine di frana.

Il confronto tra queste due foto (colore originale, credits Giovanni Sesso, Vajont. Immagini del Toc prima e dopo) permette di apprezzare la vastità della frana. La freccia bianca indica come caposaldo l'antichissima frana di Calcare del Vajont caduta in epoca preistorica, che si va a collocare al margine orientale della massa. Entrambe le foto sono state prese dal paese di Casso, quasi in corrispondenza con la parete verticale dove oggi c'è la palestra di roccia, e che quella notte salvò il centro abitato.

A sinistra, il cartonificio Protti con le indicazioni della discesa della canaletta e dell'ubicazione della vasca di carico (credits ProgettoDighe); a destra, la spianata di Longarone dopo il disastro. Prendendo come caposaldo il ghiaione triangolare che si vede sul versante della montagna, si può notare che il lago generato dall'impatto dell'ondata di tracimazione occupa il sito dove prima sorgeva il cartonificio (credits Ladige.it). Quest'ultimo deve essere stato disintegrato prima dalla pressione dell'aria generata dall'ondata e solo in un secondo momento da questa.

Si è parlato molto nei giorni scorsi della quota raggiunta dal lago residuo all’indomani della frana del 9 ottobre.
Il lago si assesta a quota 721, circa il livello del coronamento diga (meno qualche “cent”). È una quota molto alta, appena 106 metri meno di passo S. Osvaldo, l’ultimo baluardo che difende Cimolais e la val Cellina da possibili esondazioni. Oltretutto c’è ancora da capire la solidità del “diedro” che incombe sul lago, il cui distacco potrebbe portare alla generazione di altre pericolose ondate.
L’attivazione della centrale di pompaggio in val Tuora (realizzata a tempo di record) riesce a mantenere costante il livello dell’invaso, senza tuttavia abbassarlo. Si procede quindi con la riattivazione della galleria di sorpasso, prolungata oltre la diga e usata come ulteriore scarico.
Succede però che all’inizio di settembre 1965 l’imbocco della galleria a quota 720 (che teneva a bada il lago) viene ostruito: in soli tre giorni - complici anche le piogge abbondanti - il lago sale a quota 728,19 che sulla diga corrisponde a circa 6 metri oltre il coronamento…
Solo grazie allo spillamento ottenuto con le perforazioni eseguite sulla galleria di sorpasso la quota del lago inizierà a scendere in modo costante, riportandolo a quota di abbondante sicurezza.
Credits tabella: Andrea Dia

1963, dopo l'apocalisse.
La necessità di avere in tempo reale il polso della situazione presso l'area del disastro, ma anche quella di porre in atto tutte le misure di sicurezza ritenute più idonee di fronte a un evento di cui ancora non si era compresa appieno la portata fa sbarcare su un terreno lunare i militari dell'Esercito Italiano, i quali approntano in tempi brevissimi una prima teleferica di emergenza per consentire il trasporto di materiali da una parte all'altra del vecchio invaso, ora completamente ostruito dalla frana.
I militari si trovarono a operare in condizioni estremamente rischiose, caratterizzate da continui ulteriori piccoli distacchi e dall'assestamento del materiale detritico sul quale non era ancora possibile avventurarsi: al riguardo, il rischio più elevato era costituito dall'improvvisa formazione di profondi coni alluvionali causati dall'acqua rimasta intrappolata sotto la frana.
Questa foto è un frame del documentario di Lost Structures (credits Andrea Dia) e, oltre a far vedere dove si trovava la teleferica, mette in luce anche altre cose:
- la completa asportazione della cabina comandi centralizzati, di cui resta solo la piattaforma di fondazione;
- la sbrecciatura sullo sbarramento, causata probabilmente dall'impatto con il grosso trasformatore 10/130 kV che si trovava alle spalle della cabina comandi: essa ha messo a nudo la parte superiore del pulvino della spalla sinistra, su cui poggia la diga;
- la cancellazione dell'area verde che sovrastava la cabina comandi: terra e alberi sono stati completamente asportati e l'onda a portato "a vivo" lo strato di roccia sottostante su cui essi poggiavano;
- sulla sinistra del pulvino si intravvedono due persone, quasi sicuramente militari.

Il confronto delle due sponde dove si innestava il primo ponte tubo, completamente distrutto dall'ondata (frame documentario Lost Structures): si nota il taglio netto del manufatto che - ricordiamolo - era realizzato interamente in cemento e calcestruzzo armato

Il confronto di queste due foto permette di accertare gli esiti distruttivi dell'ondata di risalita verso est: le aree già oggetto di sommersione sono state interamente scarnificate dalla potenza dell'acqua che sul entrambi i versanti ha portato a nudo la roccia sottostante

1964.
In un'atmosfera di incredulità per quanto accaduto pochi mesi prima, la parola passa nuovamente ai tecnici, chiamati a valutare molti fattori in tempi ristretti: solo a citarne alcuni, la stabilità del versante del Toc (con l'incognita del "diedro" ritenuto a rischio crollo); il ripristino della galleria di sorpasso (che dovrà in tempi brevissimi scaricare a valle della diga il surplus di acqua del lago C, a rischio tracimazione, riportandolo a quota di sicurezza); la tenuta stessa del manufatto (sul quale si sono addossati milioni di metri cubi di frana, con un sovralzo di 168 metri sul coronamento).
La foto (credits Simone Gat Pitois Aime) è stata scattata appena a valle della diga, in sponda destra idrografica: ritrae da sinistra l'ingegner Giuseppe Torno della ditta omonima e - in camicia bianca - l'ingegner Brescancin (ENEL). Le altre tre persone non sono note.
La foto permette di rilevare due particolari:
- sullo sfondo, proprio a fianco del basco indossato dall'uomo a destra, si intravvede una delle incastellature della teleferica che dal greto del Piave portava all'impianto di betonaggio di Moliesa gli inerti da assemblare per il calcestruzzo: essa è rimasta incredibilmente illesa; i plinti in calcestruzzo che sorreggevano tali strutture sono visibili ancora oggi nel bosco che da Casso scende verso Codissago attraverso il "troi de Sant'Antoni";
- l'impressionante levigatura lasciata dall'acqua sulla roccia, portata "a vivo", che risale ancora per molte decine di metri alle spalle delle persone ritratte. Dai segni lasciati sulle rocce è stato stimato un sovralzo dell'ondata sul coronamento diga di più di 200 metri.


Inverno 1964. Dopo la tragedia l'ente proprietario della strada pensa bene di piazzare alcuni cartelli che suonano come una beffa. I paesi di Erto e Casso sono stati evacuati, ciononostante molti abitanti si continuano a radunare sulle sponde del bacino, intrattenendosi in discussioni serrate sul futuro della valle. A sinistra notiamo il margine occidentale del lago residuo e - sullo sfondo - la nicchia di distacco della frana scesa dal monte Toc; a destra una AR51 della Polizia Stradale con i due militari in servizio di vigilanza (credits gruppo FB "Longarone: ieri, oggi, domani" e forum "Polizia nella Storia").

La foto è del marzo 1964, presa in sponda destra da Val Granda (Frasein): immortala il margine occidentale del lago C completamente delimitato e ostruito dalla frana. La quota del lago è ancora significativamente alta poichè la centrale di pompaggio in val Tuora era stata appena ultimata. Sul sommitale di frana si intravvede il bosco Massalezza (o "I Fos" o "baracca del vecio") trascinato giù dalla sua posizione originaria.
Fonte: archivio OPAC Comune di Venezia.

Marzo 1964.
La foto fu scattata in occasione dell'ultimazione della nuova strada verso passo S. Osvaldo, ancora non asfaltata. Permette di notare l'evidente azione di dilavamento delle sponde del bacino fatta dall'ondata di risalita che andò a infrangersi nel margine più orientale, distruggendo il ponte Therenton e le frazioni più lontane quali San Martino.
Fonte: archivio OPAC Comune di Venezia.

1964. Una rara foto presa dall’abitato di Casso e tratta dall’archivio storico di Venezia fa vedere l’estensione del lago A creatosi a ridosso dello sbarramento. Si nota che la natura sta cercando di sanare a suo modo le terribili ferite, iniziando a rinverdire timidamente i luoghi con un po’ di erba.

Riproponiamo la foto di apertura con alcune indicazioni di massima:
- giallo: il piano di scivolamento della zolla occidentale della frana primigena
- rosso: porzione del "bosco vecchio" trascinato a valle
- verde: l'area del pian de Sot, pian della Paùsa, Canever spinta in avanti dalla frana primigena fino a completa occlusione della forra
- azzurro: il lago A rimasto intrappolato tra la frana e la diga. Profondità stimata attorno ai 50 metri, fu riassorbito dal terreno di frana
- bianco: il segno di dilavamento dell'onda di rimbalzo che poi scese in forra verso Longarone.
La zona della foto, nei pressi di Casso, è la stessa da cui Edoardo Semenza il 10 ottobre scattò le prime fotografie, rilevando l'erba che si vede in primo piano completamente schiacciata e orientata verso la frana dall'azione dell'acqua.

Tutto quello che è verde non è stato toccato dall'acqua.

Foto di proprietà del sito "la banda delle forchette"

Foto di proprietà del sito "la banda delle forchette"







Qui ci troviamo nel confine estremo orientale del bacino, quasi a ridosso di passo S. Osvaldo. La zona è quella della frazione di San Martino, forse la più lontana dall'area di frana. Nonostante questo, si possono notare le potenti aggressioni al terreno lasciate dall'ondata di risalita che, rimbalzando da una sponda all'altra, andò a infrangersi all'estremità opposta del lago dilavandone i margini.
A dispetto della lontananza dalla diga, San Martino tributò un numero impressionante di vittime: ben 24, di cui soltanto 2 recuperate.
(Foto tratta dal materiale d'istruttoria, di libero uso e consultazione).

I segni di dilavamento delle sponde permettono quindi di accertare l'esatto andamento delle ondate. In particolare, a mio avviso merita interesse l'onda di risalita verso oriente la quale, lungi dall'essersi mossa con moto rettilineo sull'asse longitudinale del bacino, ha rimbalzato tra le sponde opposte acquistando un'energia cinetica sempre maggiore: questo spiega la forza dirompente sul ponte Therenton, interamente spazzato via nonostante sorgesse in una zona parzialmente riparata.
Fonte: materiale fotografico faldoni di istruttoria digitalizzati (di libero uso e consultazione).





L'Aeronautica Militare sorvola l'area del disastro scattando una serie di fotografie che confluiranno nell'istruttoria dibattimentale.
Questa foto permette di constatare il margine di frana che ha completamente chiuso la forra del Vajont annientando Casera Frasein e la zona di Ca' del Loco. Sulla destra, nell'anfiteatro verde, si notano gli spruzzi di fango arrivati oltre quota 936.
Tutta l'area di frana è inoltre dilavata dall'onda di rimbalzo.

Le ricognizioni aeree dell'Aeronautica Militare documentano il disastro anche nei suoi aspetti apparentemente secondari. In questa foto si nota il margine occidentale del lago residuo completamente ostruito dalla frana. Iniziò da quel momento una corsa contro il tempo per svuotare il lago. Venne quindi allestita la stazione di pompaggio di cui abbiamo già parlato in altro topic. Foto in atti processuali, di libero uso e consultazione.








Foto aerea dell'Aeronautica Militare sulla verticale della frana sopra Casso. Si notano:
- i segni di impatto dell'onda sulla parete verticale appena sotto il paese e che risulta completamente sbiancata;
- la viabilità provvisoria già in funzione;
- sulla sinistra i coni alluvionali causati dal deflusso dell'acqua nei giorni successivi alla frana.

22 OTTOBRE 1963: l'Aeronautica Militare immortala dall'alto la devastazione nei pressi della diga. Si nota in particolare in sinistra l'impronta del dilavamento lasciata dall'onda di rimbalzo che poi si è incuneata nella forra

Località "Le Spesse" (sponda destra) dopo il disastro: si nota la violenta azione di dilavamento della sponda provocata dall'ondata di risalita

Casso, 10 ottobre 1963 (foto di Edoardo Semenza).
I danni al paese provocati dai grandi spruzzi e dalle pietre sospinte dall’onda. In basso a destra, l’edificio delle scuole in cui quella notte dormivano le maestre. L’accumulo detritico che si vede sul versante in secondo piano non ha invece nulla a che fare con la frana del 9 ottobre ma appartiene a un precedente distacco avvenuto nel 1674 (registrato nelle cronache dell’epoca).

Questa è forse la prima foto scattata dopo la frana (in realtà è un collage di più foto): è del 10 ottobre, presa da Casso da Edoardo Semenza che ha così la possibilità di trarre alcune osservazioni.
1) in basso a destra, sotto il Bosco Vecchio, si notano 3 dei 5 "imbuti" (due si formeranno nei giorni successivi) creati dall'assorbimento dell'acqua residua;
2)LE - LW: rispettivamente la porzione di bosco franata per ultima, in seconda battuta dopo la discesa del corpo principale, e la porzione denominata "Bosco Vecchio", scesa per trascinamento della frana primigena. Tali porzioni non sono state interessate dall'ondata di ritorno che invece ha completamente dilavato tutto il resto;
3) a centro foto (B) il "lago" del rio Massalezza formatosi nella depressione causata dalla rotazione dei due lembi di frana. L'acqua è quella residua dell'ondata di ritorno; il rio Massalezza (che scendeva dalla spaccatura in alto, non esiste più;
4) località Pineda (P) a ridosso del lago residuo che si intravvede appena;
5) NW indica la parte residua del Pian del Toc, di cui si può apprezzare la completa rotazione e il parziale ribaltamento;
6) ZO indica invece una piccola zolla di frana licenziata dalla principale e sospinta verso ovest;
7) CNW è il cono alluvionale formatosi immediatamente dopo la frana probabilmente dall'ondata di ritorno;
8 ) a fianco di CNW, la lettera I indica il Colle Isolato, anch'esso avulso dalla posizione originaria, quasi completamente ruotato sul suo asse (calcolo di circa 270°) e parzialmente ribaltato.
Fonte: E. Semenza, La storia del Vaiont.








Si è parlato spesso dell'altezza dell'ondata di circa 25 milioni di mc che valicò la diga quel 9 ottobre.
In questa aerofoto scattata da un velivolo della 3° Aerobrigata dell'Aeronautica Militare si nota in maniera evidente su entrambe le sponde l'area completamente scartavetrata dalla potenza di acqua e detriti. In particolare la sponda destra idrografica (sinistra per chi guarda) appare la più martoriata: è la sponda di Casso, con la sua parete verticale che salvò il paese.
I cerchietti rossi tracciati dai militari indicano una presumibile linea telefonica che collegava i paesi al centralino di Longarone mentre la linea tratteggiata in ombra indica verosimilmente dove prima passava il ponte Sacaim.
Fonte: atti processuali digitalizzati in ICAR - Istituto Centrale per gli Archivi.

Un'altra foto scattata dalla 3° Aerobrigata dell'Aeronautica Militare sulla verticale di Casso permette di notare il punto di impatto dell'ondata sulla parete verticale sopra cui sorge il paese.
Considerata la quota del coronamento diga (722,60 metri s.l.m.) e quella di Casso (950 metri s.l.m.), si è stimato che l'ondata abbia avuto un sovralzo sul coronamento compreso tra i 200 e i 220 metri.
Foto confluita nel materiale processuale e digitalizzata in ICAR - Istituto Centrale per gli Archivi.

L'Aeronautica Militare sorvola il margine orientale del lago residuo immortalando l'immissione del torrente Vajont (a destra) e la frazione di San Martino (a sinistra). Si notano i prepotenti segni di erosione lasciati dall'ondata di risalita che distrusse il ponte Therenton sul torrente Vajont.
Ci troviamo nel punto più lontano dalla diga e dalla frana e questo deve dare l'idea della potenza dello tsunami che risalì il lago penetrando fino nell'entroterra.
Fonte: archivio ICAR, atti processuali digitalizzati.

L'Aeronautica Militare sorvola l'area del disastro sulla verticale di Erto.
La foto permette di individuare in basso a destra località Sciastòns, marginalmente colpita dall'onda di risalita che fu deviata da uno sperone roccioso chiamato Col de le Spesse, fuori inquadratura.
Fonte: atti processuali digitalizzati in ICAR - Istituto Centrale per gli Archivi. Ringraziamo il sig. Karim Manarin per le precisazioni fornite
