Parliamo oggi di uno dei posti più selvaggi e caratteristici dell'intera valle del Vajont. Una località che – come vedremo tra poco – era un punto nevralgico per il transito da e per la Val Cellina, ma anche un sito importantissimo per il controllo militare di tutta la zona, tanto da essere conteso aspramente tra gli eserciti delle opposte nazioni in entrambe le guerre mondiali. Oggi questo meraviglioso sito è scomparso, interamente annientato dall'invaso artificiale prima, dalla frana del 9 ottobre poi.
Si tratta della forra del Vajont.
Va preliminarmente specificato che essa – da molti impropriamente chiamata forra del Colomber – non va in realtà confusa con quest'ultima, ubicata nel sito di imposta della diga alcune decine di metri più a valle. La confusione terminologica sta nell'individuazione nella forra del Vajont sia del primo ponte Colomber [1], sia dell'albergo omonimo.
Dove era ubicata la forra del Vajont?
Seguendo da est il corso del torrente, essa si trovava al primo restringimento dell'ampia valle glaciale che improvvisamente si trasformava in una stretta e profonda gola che il corso d'acqua si era testardamente scavato nel corso di milioni di anni, cambiando più volte il suo letto a causa di frane preistoriche che ne avevano ostruito il precedente.

Una foto presa da ovest verso est verosimilmente nel 1958. Sullo sfondo, la forra del Vajont con l'abitato del Colomber di cui si scorgono il ponte Bailey, la chiesetta di S. Antonio e l'albergo al Colomber (foto Zanfron)

Una bellissima cartolina viaggiata nel 1920, presa in sinistra idrografica, permette di apprezzare l'esatta posizione dell'abitato del Colomber rispetto al sovrastante paese di Casso (credits: "Così lontano, così vicino" di Elda Deon Cardin, raccolta di cartoline d'epoca della Val Vajont)
L'importanza di questa gola è evidenziata fin dai tempi più antichi come punto di transito più diretto tra la Valle del Piave e la Val Cellina, importantissimo centro commerciale. Al riguardo esisteva quella che in origine era poco più di una mulattiera che da Longarone saliva in sinistra idrografica (destra per chi guarda la forra dal paese) attraversando in galleria alcuni tratti e raggiungendo un piccolo centro abitato sito in destra idrografica (sinistra per chi guarda la forra da Longarone) dove esisteva un punto di sosta per i cavalli, collocato in una osteria chiamata “Osteria Mannarin” [2]. Sul posto esisteva anche una piccola cappella votiva dedicata a Sant'Antonio da Padova, che in seguito diverrà una piccola chiesetta. La pista proseguiva quindi verso oriente dando accesso sia alla Val Cellina e al paese di Cimolais, sia a un'altra importantissima valle, la Val Zemola e al monte Duranno.
Solo all'inizio degli anni Dieci del Novecento tale pista verrà allargata consentendo il transito dei primi veicoli a motore; con l'avvento della prima guerra mondiale, ulteriori lavori la renderanno una strada a tutti gli effetti, percorribile anche dai più ingombranti carriaggi militari.
La descrizione della prima salita a Erto in automobile la potete leggere QUI.

A sinistra: una foto ricolorata di uno dei primi "postali" in transito sulla strada appena aperta a inizio Novecento; a destra: una foto ricolorata della Autoservizi Giordani di Longarone, siamo già in epoca più recente, tra gli anni Venti e Trenta (si evidenzia il 3° ponte Colomber)
Chi si è cimentato nello studio di questi luoghi ha dovuto fare i conti con un altro problema: il collegamento tra una sponda e l'altra della forra, garantito da un ponte (il ponte Colomber o – in seguito – primo Colomber) più volte demolito e ricostruito. La storia ci ha consegnato l'alternanza di quattro ponti in un periodo compreso tra il 1912 e il 1945. Tuttavia, grazie alla progressiva digitalizzazione di numerosi archivi storici, alla condivisione di collezioni di cartoline d'epoca e di materiale fotografico fino ad oggi inedito, siamo in grado di certificare la presenza di almeno 6 ponti nel medesimo periodo storico tra i primi del Novecento e la fine della seconda guerra mondiale, volendo escludere la prima passerella in legno che attraversava la forra prima del 1912 e di cui mancano riscontri iconografici, esistendo solo vaghi accenni testimoniali.
Vediamoli insieme.
1° ponte
L'edificazione di questo ponte – tra i più arditi dell'epoca, stante la sua altezza di ben 130 metri a strapiombo – avvenne tra il 1910 e il 1912 per volere dell'Amministrazione Militare che affidò i lavori all'impresa Toffanin, il tutto in concomitanza dei primi lavori di allargamento della pista precedente che prese per la prima volta il nome di “strada del Colomber”. La struttura fu realizzata in cemento armato e fu fatta saltare in aria dagli austriaci nel 1918. Nelle varie foto che si sono susseguite nel tempo, esso era distinguibile soprattutto per i parapetti metallici. Questo ponte – per la sua struttura molto simile – viene tutt'ora spesso confuso con il 4° ponte realizzato negli anni Trenta.

Il primo ponte Colomber in cemento armato fotografato poco dopo la sua costruzione (Foto C. Breviglieri, Belluno)
2° e 3° ponte
Ecco il primo inghippo che ha portato nel tempo a non individuare un altro ponte provvisorio che coesistette per un breve periodo di tempo con il nuovo ponte in struttura lignea. Infatti, subito dopo la demolizione del 1° ponte, gli abitanti della forra dovettero necessariamente ripristinare i collegamenti tra i due fianchi, altrimenti sarebbero rimasti isolati da Longarone: abili lavoratori del legno, realizzarono una passerella molto simile a quella antecedente al primo ponte in cemento.
L'esistenza di due ponti è documentata in una foto nella quale sono presenti entrambi, paralleli e vicinissimi.
Il secondo, di semplice costruzione, ebbe vita breve. Il terzo, provvisorio anch'esso, durò di più ed è visibile in diverse cartoline, come la seguente di Bortolon, in cui è definito "Ponte nuovo sulle corde".

Il 3° ponte in legno costruito dal Genio Militare della IV° Armata nel febbraio 1919 in sole 2 settimane fu una soluzione transitoria, e venne successivamente sostituito da un ponte ad arco di cemento armato molto simile al primo.

1919. Questa è probabilmente l'unica foto che immortala la costruzione del 3° ponte appaiato al 2° ponte che si vede sulla destra: poco più di una passerella (credits ProgettoDighe).

1919. Ancora una foto di fine cantiere del 3° ponte, forse addirittura la fase di collaudo. In basso a destra si vede la chiesetta di S. Antonio da Padova; in basso a sinistra si vedono i resti del primo ponte distrutto dagli austriaci l'anno precedente; in alto a destra si vede invece l'uscita della galleria delle Calade con la strada proveniente da Longarone (credits ProgettoDighe)

Una foto del 3° ponte ormai a pieno servizio, scattata all'inizio degli anni Venti (credits ProgettoDighe)

Un'altra bella foto presa da oriente verso Longarone. In alto a destra si nota la località detta Punta del Toc (credits ProgettoDighe)

(credits P. Breveglieri, Belluno)
4° ponte
Il nuovo ponte è stato costruito immediatamente a valle di quello distrutto nel 1918. Esso è molto simile al primo: lo si riconosce per piccoli particolari come le diverse colonnature del piano stradale ed i parapetti (colonnini) in calcestruzzo.

Il confronto tra il 1° e il 4° ponte Colomber permette di apprezzarne le significative somiglianze che spesso hanno ingenerato confusione tra le due strutture (credits ProgettoDighe)
Viaggiata il 20 marzo del 1935, consente di fissare un limite massimo, sicuramente rivedibile ad anni antecedenti, alla datazione del ponte, che fu fatto brillare dai partigiani nel 1944:

(credits Giuseppe Burloni fotografo, Belluno)
Questo ponte ha resistito fino al secondo conflitto mondiale quando, nell'ottobre 1944, un partigiano, travestito da portatrice con tanto di gerla, piazzò delle cariche esplosive nelle camere di scoppio, approfittando della distrazione dei militari tedeschi che presidiavano la zona.
L'esercito tedesco vide interrotta quell'importante via sulla quale avrebbero transitato camion carichi di truppe armate, ed avviò rappresaglie bruciando stalle ed abitazioni sul Toc e nella zona dell'abitato di Pineda. Ringraziando Dio non si segnalarono rappresaglie anche sulla popolazione.
Fu così che un gruppo di Ertani capitanati dal parroco Don Giusto Pancino, si accordarono con i vertici del comando tedesco per ricostruire un ponte transitabile in 48 ore, al fine di evitare la distruzione di Erto e Casso da parte dei militari. Questo ponte era da considerarsi poco più che una passerella rinforzata che poteva reggere al massimo il peso di una piccola autovettura, come si vede da questa splendida e inedita foto tratta dall'archivio Walter Frentz.

(credits archivio fotografico Walter Frentz, per gentile concessione)
5° ponte
Tuttavia era necessario ripristinare il transito anche per i mezzi pesanti, per la cui cosa la passerella rinforzata allestita in tutta fretta e sotto la minaccia delle armi era assolutamente inidonea. Sempre grazie alla maestria nella lavorazione del legno, fu quindi edificato un nuovo ponte per la cui realizzazione vennero utilizzati tutti i cavi metallici delle numerose teleferiche della zona, un gran numero di corde 'domestiche'; il legname necessario fu approvvigionato smantellando solai e stalle private.
Il collaudo del ponte è ricordato come un avvenimento unico: l'autista del primo camion si rifiutò in un primo momento l'attraversamento; pare sia stato minacciato con la rivoltella puntatagli addosso dal suo comandante. Il ponte scricchiolò ma tutte le truppe ed i mezzi tedeschi passarono indenni.

Una rarissima immagine del 5° ponte Colomber (credits ProgettoDighe)
6° ed ultimo ponte
La struttura in legno del 5° ponte era tuttavia provvisoria e, a causa dell'esposizione alle intemperie, sempre più inadatta a sopportare il traffico pesante. Con la fine della 2° guerra mondiale e con l'arrivo in valle delle truppe anglosassoni di liberazione, queste ultime edificarono un ponte Bailey in acciaio. L'inizio del cantiere di costruzione della diga del Vajont e l'esecuzione dei vari espropri portò la SADE a imporre la demolizione di tutte le infrastrutture murarie e metalliche che sarebbero state oggetto di sommersione, questo per evitare che un loro distacco avesse potuto arrecare danni all'impianto. Furono quindi demoliti l'albergo “Al Colomber”, la chiesetta di S. Antonio (che la SADE aveva promesso di ricostruire in località Moliesa) e altri edifici situati ancora più a oriente. Fu quindi demolito anche il ponte Bailey.

(Foto Filippin)
Per concludere questo "viaggio nel tempo" spendiamo due parole anche sulle altre strutture di quella forra.

Una bellissima cartolina viaggiata a inizio Novecento, presa da est in direzione Longarone: l'albergo "al Colomber" si chiama ancora "Osteria Mannarin" (credits "Così lontano, così vicino" di Elda Deon Cardin, raccolta di cartoline d'epoca della Val Vajont). Il ponte e la chiesetta non si vedono, occultate dallo sperone di roccia in corrispondenza della curva

Foto più recente (anni Cinquanta) della medesima struttura, ora diventata albergo "al Colomber", punto di sosta anche per la corriera che da Cimolais portava a Longarone (credits EcoMuseo Vajont).

Anni Trenta, 13 giugno, festa di Sant'Antonio da Padova. Sullo sfondo, la chiesetta omonima e il 4° ponte Colomber (credits ProgettoDighe)
Sulla chiesetta di S. Antonio c'è poco da dire. Essa venne edificata al posto di un tempietto votivo presente in situ da tempo immemore. Era punto di incontro della comunità in occasione della festa del Santo, cui gli abitanti erano votati. A seguito degli espropri la SADE ne ordinò la demolizione, con la promessa di una sua riedificazione presso l'area di Moliesa: non fecero in tempo poichè arrivò il 9 ottobre.

Si procede all'asportazione di tutto ciò che era possibile portare via

Infine, quest'ultima foto molto rara poichè scattata dalla parte più orientale della forra, con le spalle rivolte a Cimolais. L'abitato del Colomber non è visibile, nascosto dallo sperone di roccia in corrispondenza della curva. E' tuttavia visibile una costruzione da cui sono stati asportati tutti gli accessori, compresi tetto e travature, in vista della prossima sommersione. Sullo sfondo, la diga in costruzione: dallo stato dei lavori potrebbe essere la primavera del 1959 (credits ProgettoDighe).
Ma come diventò quella forra durante i lavori e subito prima della sommersione? Questa foto fu scattata il 4 marzo 1961 dal coronamento della diga (fonte: Piergiorgio Monti, credits ProgettoDighe) e ne permette di individuare la mutazione:

- la strada vecchia per Erto in uscita dalla galleria delle Calade;
- dove sorgeva il ponte Colomber;
- dove sorgeva la chiesetta di S. Antonio;
- le fondazioni dell'albergo sociale;
- la roccia oltre la quale si trovava la casa diroccata della foto precedente
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[1] il secondo ponte Colomber (o ponte Nuovo Colomber o ponte SACAIM) verrà costruito a valle della diga nel 1956
[2] in seguito “Albergo al Colomber”
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Fonti consultate:
• "Così lontano, così vicino" di Elda Deon Cardin, raccolta di cartoline d'epoca della Val Vajont
• "Montagne ribelli", di Paola Lugo
• "Vajont, la diga", di Agostino Sacchet
• "La storia del Vaiont raccontata dal geologo che ha scoperto la frana", di Edoardo Semenza
• sito ProgettoDighe
• EcoMuseo Vajont
• Foto Filippin – Erto
