La costruzione della "grande signora" e di tutte le opere "collaterali" che l'hanno riguardata prima e dopo il disastro.
Sulla diga partecipa alle discussioni QUI; sulle sue opere accessorie, QUI
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Primavera 1960.
Lo stato avanzamento lavori della diga permette di accertare che in quel periodo il manufatto si trovava già compreso tra quota 690 e 700.
Alle sue spalle, è in atto la prima prova di invaso, con l'acqua del bacino avviata verso quota 650.
Le tracce nere di percolato sono dovute al raffreddamento del calcestruzzo, a quella quota affidato alla figura dell'"omìn de l'acqua", un operaio chiamato a bagnare a mano i vari conci.
Credits foto: Davide Serpagli

Inverno 1961.
Dopo la prima prova di invaso (febbraio-novembre 1960, quota 650) gli strumenti della diga evidenziarono alcune criticità. In particolare, la spalla destra non era tornata alla sua posizione originaria a causa della fratturazione delle rocce su cui poggiava il relativo pulvino. Iniziarono così ulteriori lavori di consolidamento attraverso lo scavo di cunicoli di iniezione, riempiti con cemento liquido fino a completo rigetto: tali lavori, svolti in un ambiente estremamente ostile, furono ultimati quello stesso anno, assieme alla galleria di sorpasso frana, cosicchè nel gennaio 1962 potè essere iniziata la seconda prova di invaso, stavolta nel tentativo di far staccare la frana del Toc nella sua porzione più avanzata.
La foto (tratta dagli atti processuali digitalizzati) testimonia tutta l'asprezza della forra del Vajont, resa in quel momento ancora peggiore dalla presenza di neve e ghiaccio che ricoprono parzialmente anche il ponte-tubo

Cantiere lavorazione inerti e cantiere di Molièsa.
Il conferimento degli inerti e la loro lavorazione per generare il calcestruzzo dovettero tenere conto della particolare asprezza del sito di realizzazione della diga. Venne quindi realizzata una doppia struttura cantieristica da parte della ditta "G. Torno". Dall'alto:
1) Longarone. Sul greto del Piave, in sinistra idrografica, fu costruita una stazione di prelevamento, triturazione e suddivisione degli inerti (ghiaia e sabbia) prelevati direttamente dal posto. Il materiale, dopo una prima lavorazione sul posto, veniva suddiviso in base alla granulometria richiesta e quindi inviato al sito di costruzione della diga attraverso una teleferica a carrelli ribaltabili che, superando un dislivello di 350 metri, arrivava al cantiere di betonaggio realizzato a Molièsa, alla base della parete verticale di Casso.
2) Molièsa. Gli inerti, una volta scaricati, venivano quindi avviati a una grande torre di betonaggio per essere assemblati col cemento pozzolanico, che giungeva via camion dai vari cementifici della zona, per la realizzazione del calcestruzzo. Esso veniva quindi riversato tramite betoniere sulle benne fissate a una seconda teleferica orientabile che le avrebbe veicolate fino al punto esatto di gettata. Trattandosi di una diga a doppio arco, la stazione motrice di questa teleferica si spostava lungo una via di corsa a rotaie.
Il primo cantiere fu interamente smantellato prima del 9 ottobre; a Molièsa riuscirono a smantellare la torre di betonaggio e la teleferica (la cui stazione motrice fu installata altrove) ma permasero gli uffici SADE, i dormitori, la mensa, l'infermeria, il magazzino: tutto verrà spazzato via dall'ondata principale causata dalla frana.
Credits foto: libretto d'impianto SADE (atti processuali)

1958, 1959, 1960: stato di avanzamento lavori.
Il confronto tra queste tre foto permette di notare l'estrema celerità nella costruzione della diga: nel 1958 sono state scavate le imposte ed è stato eretto il tampone (nel cerchio rosso, il pozzo del pendolo); nel maggio 1959 salgono i primi conci e già nel luglio dell'anno dopo la diga è quasi terminata, tanto che a febbraio dello stesso anno si era già fatta la prima prova di invaso.
Credits foto: libretto tecnico SADE (agli atti processuali)

Agosto 1958.
Questa foto vertiginosa è presa dall'imposta destra e immortala lo sviluppo dei lavori di sbancamento per la collocazione dei due pulvini. Sulla sponda opposta, il tracciato della strada vecchia per Erto riadattato alle esigenze di cantiere. Sul fondo, il tampone diga su cui gli operai stanno continuando a lavorare in vista degli ormai prossimi getti di calcestruzzo.
Fonte: libretto di servizio SADE (agli atti processuali)

Inverno 1960 (fine).
Una bella foto (credits Simone Gat Pitois Aime) immortala la cabina comandi centralizzati prima dell'inizio dei lavori di consolidamento della spalla destra, resisi necessari per problemi strutturali evidenziati alla fine della prima prova di invaso. Come si vede, la struttura poggia su soli tre pilastri in cemento armato ancorati alla roccia e se ne può ammirare tutta l'ardita eleganza nella sua realizzazione.
Al primo piano c'era la sala comandi vera e propria mentre al piano sottostante si trovavano alcuni dei dispositivi analogici di controllo (compresi i tre sismografi e i circuiti oleodinamici) da cui partivano tutti i cavi che scendevano all'interno della diga raggiungendo le camere di manovra e i vari cunicoli. Alle spalle della struttura scendevano anche i due grandi pozzi per gli ascensori montacarichi, il primo di 50 metri che portava alla camera di manovra dello scarico di alleggerimento; il secondo di ben 150 metri che portava invece fino alle camere di manovra dello scarico di fondo e di mezzofondo.
Sullo sfondo, un monte Toc ammantato di neve e punta Vasei al suo fianco.

Questa eccezionale fotografia (Agostino Sacchet, Vajont - La diga, credits Alessandro Bonitti) immortala la calata di un autocarro Fiat 642N della ditta De Pra, incaricata dello smaltimento dello smarino. La foto potrebbe essere datata 1957, all'inizio dei lavori, nella fase di costruzione della strada di cantiere che dalla forra usciva verso Longarone. Da testimonianze dirette si dice che a bordo vi fosse il conducente, un reduce dalla guerra di Spagna, dalla 2° G.M. e dalla guerra di Corea: uomo che non aveva paura di nulla...

1960.
Sul coronamento diga si sta finendo l'installazione della ringhiera corredandola dei mancorrenti e della nuova tinteggiatura. Contemporaneamente in sponda opposta si procede con i lavori di consolidamento della spalla destra che, dopo la prima prova di invaso, aveva denotato alcune criticità dovute al suo mancato ricollocamento nella posizione di quiete una volta svasato il bacino. La diga non è stata ancora inaugurata poichè sopra la porta di accesso della cabina comandi centralizzati manca la targa in marmo con la dedica a Carlo Semenza (che morirà il 31 ottobre dell'anno dopo). Credits Simone Aime

1958, teleferica trasporto inerti.
Torniamo a parlare un po' di tecnica grazie a questa splendida foto di Passione Dighe di Aime Simone.
Per la produzione del calcestruzzo era stato predisposto un ardito sistema di teleferiche da e per il cantiere di Molièsa, vero cuore pulsante dell'opera di costruzione.
Teleferica A: sul greto del fiume Piave, in sinistra idrografica, era stato edificato un primo punto di raccolta degli inerti (ghiaia e sabbia) i quali, dopo una prima opera di selezione, venivano avviati al Vajont tramite una teleferica a carrelli ribaltabili che doveva superare un dislivello di circa 350 metri, arrampicandosi sul costone in destra idrografica. Trattandosi di uno sbalzo che avrebbe messo a dura prova la tenuta dei cavi, prima del cantiere venne realizzata una stazione di tensionamento che garantisse sempre il corretto e costante livello di trazione. In foto è quella sorta di cremagliera montata sui piloni.
Giunti a Molièsa, i carrelli venivano svuotati automaticamente e gli inerti venivano avviati all'impianto di betonaggio tramite nastri trasportatori, tramogge e coclee. All'interno della grande torre venivano assemblati con cemento pozzolanico fino alla realizzazione ottimale del calcestruzzo che veniva versato nelle benne.
Teleferica B: una seconda teleferica blondin provvedeva a trasportare le benne sui conci fino all'esatto punto di gettata. Trattandosi di una diga a doppio arco, la stazione motrice della teleferica era montata su una struttura dotata di una lunga via di corsa per garantire l'orientamento ideale rispetto al punto di gettata.
La foto permette inoltre di apprezzare la struttura della vecchia strada in destra idrografica.

1958, forra del Vajont.
Lo sbancamento di oltre 420.000 mc di roccia per la realizzazione delle imposte della diga e delle sue fondazioni crea una massa immensa di detriti, chiamati in gergo "smarino". In un'ottica di ottimizzazione delle risorse, in cui nulla veniva sprecato, lo smarino fu utilizzato per la realizzazione della strada di cantiere a valle del manufatto, attrezzata per essere percorsa dai camion della ditta De Pra incaricata dello smaltimento. La parte di smarino non utilizzata per la costruzione della strada veniva invece impiegata in una piccola stazione di betonaggio oppure ceduta al cementificio.
(credits Simone Aime)

1960, cantiere di Moliesa.
Era il fulcro di tutto il cantiere della diga. Realizzato in destra idrografica, sotto il paese di Casso, ad esso giungeva la teleferica per il trasporto degli inerti prelevati dal greto del Piave, triturati e suddivisi per granulometria; questi ultimi venivano quindi inviati a Molièsa e avviati attraverso nastri trasportatori all'impianto di betonaggio la cui torre si distingue chiaramente nella foto. Ottenuto il calcestruzzo, esso veniva versato tramite betoniere sui cestelli di trasporto che, tramite una seconda teleferica, raggiungevano direttamente il punto di gettata. A sinistra della torre di betonaggio si nota la centrale motrice dei blondin con la sua via di corsa per ottimizzarne l'orientamento rispetto al coronamento.
Gli operai raggiungevano il coronamento anche attraverso un sentiero realizzato obliquamente in roccia e che si intravvede a partire dalle due gallerie stradali che portavano rispettivamente a Dogna e a Codissago-Longarone.
A Moliesa si trovavano inoltre:
- la palazzina direzionale SADE;
- la mensa e gli alloggi per le maestranze;
- l'infermeria;
- una grossa cisterna per l'acqua potabile, realizzata in cemento;
- la casa del guardiano;
- i depositi per le attrezzature.
Tutto sarà spazzato via dall'ondata del 9 ottobre.
(credits Passione Dighe di Aime Simone)

𝟏𝟗𝟓𝟖. 𝐃𝐢𝐠𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐕𝐚𝐣𝐨𝐧𝐭.
Lavori in corso per l'imposta sinistra.
Resta ben visibile la traccia della vecchia strada del Colomber, tagliata dalla nuova incisione nella roccia e provvisoriamente ricucita con un piccolo ponteggio.
Fotografia di Alessandro Trabucchi.

1957.
Si procede con lo scavo del tampone della diga, di cui si nota l'immensa mole di detriti di ben 35 metri di altezza che da quota 462 (livello strada) arriva a quota 497. In basso a destra, la possente ruspa per il carico dello "smarino" sui camion.

1959.
Sono in corso i lavori di installazione dei parapetti metallici sull'impalcato stradale. Le luci di sfioro sono ancora transennate, probabilmente per l'ultimazione dei lavori soprastanti. Si nota anche la tettoia semovente che serviva per il sostegno dell'impalcatura su cui si notano due operai: sotto di essi, un "salto di oltre 260 metri... (credits foto Alessandro Bonitti). Sullo sfondo, il cantiere di Molièsa ancora perfettamente allestito, con l'impianto di betonaggio e le vie di corsa per i carrelli blondin.

Fine anni Cinquanta.
Questa foto di Agostino Sacchet è stata scattata dal ponte delle Roste, appena fuori la forra del Vajont. In primo piano, la briglia di contenimento degli inerti che serviva a evitare che il materiale detritico frutto dei lavori di sbancamento dei versanti finisse nel Piave. Questa briglia verrà distrutta dall'ondata di tracimazione del 9 ottobre e successivamente ricostruita: quella nuova si vede agevolmente transitando sulla strada che porta a Dogna.
Sullo sfondo si scorgono il ponte-tubo e la passerella pedonale. La diga non esiste ancora; probabilmente sono in atto i lavori di costruzione del tampone. In alto, sospesa tra i due versanti, una teleferica con quelli che sembrano vagoncini per il trasporto dei materiali.

16 marzo 1960.
Questo collage di foto (proprietà famiglia Semenza, ringraziamo il dott.Pietro Semenza per la concessione) permette di apprezzare il lago a quota 600 e la diga in fase di ultimazione. Tratteggiata in rosso, la punta più esterna del Colle Isolato, la cui conformazione geologica lo fa ritenere un antico distacco dal versante opposto.
L'abitato del Colomber è stato già interamente smantellato: sopravvive solo il ponte bailey che univa i due versanti e che verrà demolito nel successivo mese di ottobre, all'inizio della prima prova di invaso.

La diga presa dal cantiere di Moliesa nel 1961: manca ancora il trasformatore 10/130 kV che verrà collocato alle spalle della cabina comandi. La foto è a colori originali, presa dal maestro Giovanni Sesso e pubblicata sul suo libro Vajont. Immagini del Toc prima e dopo.

8 ottobre 1957
La foto (credits archivio Giuseppe Torno) è presa probabilmente dal ponte Colomber e, a 6 anni dal disastro, permette di certificare lo stato avanzamento lavori della costruenda diga.
In particolare, si nota l'intero sbancamento della spalla destra, su cui sono state montate le strutture para-massi a protezione degli operai che stanno lavorando sulle fondazioni. Tale sbancamento è stato realizzato interamente con l'utilizzo di esplosivi e rifinito con martelli pneumatici e perforatrici.
A sinistra si intravvede l'uscita della galleria delle Calade e, nella forra, il primo ponte-tubo. In alto, la passerella pedonale.

Un'interessante fotografia (credits Simone Aime) mostra lo scavo della spalla sinistra e la strada vecchia per Erto ormai ridotta a strada di cantiere. La colata nera è indubbiamente percolato dei lavori di costruzione del pulvino iniziati più sopra, fuori inquadratura

1957, circa.
Questa bellissima cartolina viaggiata (collezione Elda Deon Cardin) immortala il cantiere e le strutture adiacenti.
Lo scavo della spalla sinistra della diga è ultimato e a breve inizieranno i getti per il pulvino. Sospesa sulla forra si vede la passerella pedonale. A destra, il cantiere di Moliesa completamente allestito: si vede il punto di arrivo della teleferica dal Piave per il trasporto degli inerti e la grande torre di betonaggio dalla quale - tramite la teleferica con i blondin - il calcestruzzo verrà portato nei vari punti di gettata.
La prospettiva non è molto di aiuto, ma la strada che si intravvede in basso (delimitata dal muro di contenimento) sembrerebbe essere la strada vecchia per Erto. Ci troveremmo dunque - il condizionale è d'obbligo - nei pressi del Colle Isolato che occluderebbe con la sua mole la vista sull'abitato del Colomber.

- in spalla sinistra si nota la galleria della strada vecchia per Erto: dal foro esce il percolato derivante dai lavori di consolidamento
- i cavi della teleferica per il trasporto materiali
- il primo ponte-tubo
- giù in forra, il cantiere della ditta Icos-Consonda i cui operai provvedevano allo scavo dei vari cunicoli e alle ispezioni geologiche
- nella parte più alta della foto si vede anche la passerella pedonale
- più a valle, il ponte "Nuovo Colomber" (o ponte SACAIM) da poco ultimato
- ancora più a valle, il tracciato della vecchia strada per Erto
Tutto ciò che si vede a valle delle imposte verrà disintegrato dall'ondata di tracimazione del 9 ottobre.

1959
Questa splendida foto (tratta dal libro di Walter Marangon, L'utilizzo del Piave a scopo idroelettrico, credits Alessandro Bonitti) permette di apprezzare alcuni rarissimi particolari:
- sulla verticale sotto il ponte tubo c'è la passerella provvisoria di servizio realizzata a quota 492
- ancora più in basso, la controdiga
- a destra della foto (sul fianco in sinistra idrografica) un piccolo cantiere con quella che sembra una stazione di betonaggio
- salendo lungo la strada si notano le gallerie per la prosecuzione verso Erto e di adduzione alla centrale del Colomber


Questa foto eccezionale (credits ProgettoDighe) immortala il momento di una delle esplosioni, con il riversamento di un'enorme nuvola di polveri che passano sotto l'arcata del ponte-tubo dirigendosi verso valle. Si notano anche la presenza di un blondin tra le due sponde, la canaletta Protti sulla sinistra e lo scarico di mezzofondo sulla destra.
Bisogna evidenziare al riguardo l'estrema perizia nell'uso di questi esplosivi, il cui studio meticoloso era stato affidato a ditte specializzate.
Se c'è un'immagine che più si avvicina all'effetto dell'ondata del 9 ottobre nella forra, credo sia proprio questa...


Sullo sfondo, il bacino inizia intanto a salire; in secondo piano, la località chiamata Punta del Toc, mentre la parte al sole è costituita dal dirupo che scendeva dal Pian del Toc - Pian de la Paùsa e dal quale si staccherà la frana da 800.000 mc del 4 novembre 1960.

1964 - lavori di intercettazione della galleria di sorpasso
La drammatica situazione creatasi a monte della frana, con un lago che continuava ad aumentare di livello poichè rimasto senza emissario e con il rischio di pericolose esondazioni sia verso la diga che oltre passo S. Osvaldo impose tutta una serie di lavori in simultanea per ottenere il deflusso delle acque nel più breve tempo possibile.
La galleria di sorpasso frana era rimasta ostruita dai detriti che ne avevano invaso l'indotto, e in ogni caso non sarebbe servita a niente se non fosse stata prolungata oltre la diga, come di fatto avvenne. A febbraio fu costruita a tempo di record la stazione di pompaggio in Val Tuora, con la sua lunga canaletta in legno per scaricare verso il rio Cimoliana.
Ma ancora non era sufficiente, perchè oltre all'aumento del livello del lago provocato dal torrente Vajont e dagli altri affluenti c'era da fare i conti con l'acqua immessa per il disgelo e per le piogge primaverili.
Fu quindi pensato di intercettare la galleria di sorpasso, che era rimasta sommersa dal lago e dai detriti, in concomitanza con il suo prolungamento oltre la diga. Ecco allora che dalla Germania fu fatta arrivare una perforatrice a campana che, montata su una grossa chiatta, aveva il compito di bucare la volta della galleria per consentire un più rapido abbassamento del livello del lago. Al riguardo, alcune fonti confermano la presenza di due chiatte (o pontoni) dotate di perforatrice, le quali si avvalevano dell'ausilio di ulteriori due chiatte senza attrezzatura e di altre imbarcazioni.
I lavori non furono per niente facili, anche per la modificazione dello stato dei luoghi causata dalla frana e dalle nuove dimensioni del lago. Tuttavia, una volta intercettata la galleria di sorpasso, furono creati tre fori su cui vennero installati altrettanti "camini" metallici, alcuni dei quali visibili ancora oggi nella zona boscosa tra la statale e il lago residuo.
Nella foto (credits Archivio Monti) si può vedere la chiatta munita di perforatrice durante le operazioni di intercettazione della galleria.

1961.
La frana del 4 novembre 1960 ha imposto ritmi serratissimi per la realizzazione della galleria di sorpasso frana, soluzione scelta da Carlo Semenza come unica possibile per fronteggiare l'eventuale suddivisione del bacino in due porzioni. I lavori inizieranno già nel febbraio successivo e vedranno impegnate l'impresa Monti e l'impresa Zadra: la prima iniziò lo scavo da oriente; la seconda da occidente.
La foto qui riportata (credits archivio famiglia Semenza, si ringrazia il dott. Pietro Semenza per la concessione) ritrae la perforazione della finestra di servizio realizzata dove prima sorgeva l'abitato del Colomber. Una seconda finestra verrà realizzata più a valle, nei pressi del paese di Casso. Le finestre di servizio servivano anche per dare accesso alla galleria di sorpasso in caso di manutenzione.
Giusto per offrire un caposaldo per l'orientamento, la baracca bianca che si vede a destra sorge ove poco prima si trovava la curva subito dopo la vecchia chiesetta di S. Antonio.

Sullo sfondo si nota l'impalcato del primo ponte-tubo ormai interamente posato; manca ora il tubo vero e proprio che porterà l'acqua dal bacino di Pieve di Cadore a quello di Val Gallina, a sua volta bacino di approvvigionamento giornaliero della centrale di Soverzene. Il tubo - del diametro di 4 metri e dello spessore di 48 cm - verrà realizzato in calcestruzzo armato. L'impresa costruttrice "Tissi" aveva iniziato i lavori nel 1948 e li finirà nel 1951, anno di entrata in funzione del dispositivo e - con esso - anche della centrale anzidetta.
Il ponte-tubo sarà interamente spazzato via dall'ondata di tracimazione della diga del 9 ottobre 1963.
Interessante anche quello che sembra essere un piccolo cantiere di servizio realizzato in sinistra.

Ciascun concio appena gettato è chiuso nelle casseforme sulle quali gli operai (ingrandendo la foto se ne scorge qualcuno) si assicurano della corretta spianatura del calcestruzzo, provvedendo anche al suo costipamento mediante l'uso di grossi vibratori a siluro con i quali viene eliminata tutta l'aria rimasta intrappolata al suo interno.
Oltre una certa altezza non è più possibile annegare nel calcestruzzo le serpentine di raffreddamento (il calcestruzzo pozzolanico nella sua fase di essicazione sviluppa calore), quindi si dovrà procedere manualmente dall'esterno: di qui la figura importantissima di colui che veniva affettuosamente chiamato l'omìn de l'acqua, ma che in realtà svolgeva un compito di importanza cruciale. Il raffreddamento del calcestruzzo sarà il responsabile di quelle striature nere di percolato che si vedono sulla diga in molte foto dell'epoca.
Molti gli scherzi fatti tra operai e l'omìn de l'acqua, che rispondeva alle varie burle innaffiando abbondantemente i colleghi, e ciò con qualsiasi temperatura!

1958.
L'individuazione di roccia fratturata in spalla sinistra rende necessario l'urgente approntamento del cantiere per gli scavi dei cunicoli di iniezione di cemento liquido "fino a completo rigetto". Si tratta di decine di cunicoli orizzontali scavati dentro la montagna e di lunghezza variabile fino a poco più di un centinaio di metri, per tentare l'intercettazione della roccia più compatta. Viene così creato un reticolo di condotti cementificati in grado di contrastare l'ulteriore degradazione della roccia, un po' come fanno le radici di una grossa pianta in un terreno scosceso.
La medesima operazione verrà effettuata anche in spalla destra, solo che in questo caso si dovrà ricorrere in tempi successivi anche alla collocazione di piastroni metallici e di tiranti in acciaio poichè la diga, dopo la seconda prova di invaso, aveva dimostrato di non essere tornata alla posizione originaria, evidenziando uno sfiancamento della spalla che dovette quindi essere ulteriormente rinforzata.

1958.
Viene preso dall'alto il tampone diga in fase di costruzione. Muller all'epoca era il geologo responsabile degli studi della roccia sul sito di imposta e già con lo scavo delle fondazioni aveva smentito Dal Piaz poichè man mano che i lavori procedevano non si riusciva a trovare quel "potente substrato autoctono" citato da quest'ultimo; viceversa, dopo un primo strato di materiale ghiaioso incoerente, le rocce sottostanti denunciavano anomali assorbimenti di calcestruzzo, sintomo evidente di roccia fratturata. I medesimi problemi Muller li trova anche su entrambi gli scavi per i pulvini, tanto che a lavori finiti e nonostante le massicce iniezioni di cemento liquido, la spalla sinistra dovrà essere ulteriormente irrobustita mediante la collocazione di piastroni imbullonati alla roccia e tiranti in acciaio.
Tutto questo però non deve far pensare all'inidoneità del sito d'imposta all'edificazione della diga. La fratturazione delle rocce è un problema contro cui combattono ingegneri e geologi da sempre, tanto da avere predisposto specifici protocolli di intervento. E il fatto che la diga - chiamata il 9 ottobre a sopportare pressioni stimate 10 volte superiori alle massime tollerabili - abbia resistito è la testimonianza più evidente di questa affermazione.


La foto non porta la data, ma sembra essere di poco anteriore al primo invaso sperimentale (febbraio 1960). Sono indicati i carotaggi e i cunicoli di ispezione fatti presso Erto al fine di valutare la solidità della sponda: non emersero particolari criticità, avendo gli scavi rivelato l'appoggio del paese su solidi strati di roccia compatta, scarsamente fratturata, denominati "banchi di Socchèr"; viene fatto cenno a poche infiltrazioni di acqua di origine pluviale (cfr. E. Semenza, La storia del Vaiont).
Ben altro scenario si delineerà di lì a pochi mesi in sponda sinistra dopo la frana del 4 novembre 1960 e l'apertura delle fessurazioni in quota.
Fonte: archivio OPAC Comune di Venezia


Si è molto discusso su questo particolare, spesso tratti in inganno dai ferri ancora sporgenti dal coronamento della diga.
La diga è in calcestruzzo NON armato, questo per consentirle quelle dilatazioni necessarie a sopportare i vari livelli di spinta idrostatica del lago che doveva sostenere.
I ferri di armatura che si vedono sono quelli dei plinti di sostegno dell'impalcato stradale che vediamo in fase di posa in questa foto della ditta "Torno", plinti che delimitavano anche le luci degli sfioratori.
L'impalcato era costituito da moduli prefabbricati trasportati in sito e collocati sul coronamento.


Fonte: impresa G. Torno, in istruttoria processuale.








Il tutto viene misurato (tra gli altri) dal dispositivo in foto, che nel libro di Luigi Rivis viene chiamato "estensimetro a rosetta". Immerso nel calcestruzzo è destinato a restituire informazioni circa le deformazioni subite dalla diga durante la vita dell'impianto.
Dopo la frana del Toc e la conseguente ondata, la parte elettrica che trasmetteva le informazioni raccolte dalle apparecchiature alla cabina di comando, (informazioni che venivano elaborate e registrate) fu danneggiata in maniera significativa, ma molte delle apparecchiature conservarono i dati misurati quella notte; fu sufficiente alimentare di nuovo gli strumenti per acquisire i dati, fondamentali per avere dei "numeri certi" su cui ragionare.
Per determinare la velocità della frana (così come l'ora esatta della stessa) vennero invece analizzati i dati conservati nei tracciati dei sismografi di un altro impianto (mi sembra nella centrale di Pieve di Cadore), visto che la cabina di comando del vajont era finita in fondo alla forra, completamente spazzata via dall'onda
(FOTO LIBRO RIVIS)

Entrambi erano di sezione ovoidale 5,15m x 4,30m, con montacarichi ad argano elettrico della capacità di 6 persone e con parallelo settore di salita/discesa manuale di emergenza con scala a gabbioni.
Il primo pozzo era profondo 55 metri e permetteva l'accesso alla camera di manovra dello scarico di alleggerimento.
Il secondo pozzo, ancora più impressionante, era profondo ben 155 metri e permetteva l'accesso alle camere di manovra degli scarichi di mezzofondo e di fondo. Giunti nelle gallerie di quest'ultimo, le stesse erano state realizzate con volta a sesto acuto per offrire la maggiore resistenza alle sollecitazioni meccaniche e il migliore scarico sul tampone delle migliaia di tonnellate che premevano dall'alto.
Questi pozzi venivano percorsi dal personale di servizio più volte al giorno anche nei turni di notte, non solo per le eventuali manovre degli scarichi, ma anche per il rilevamento dei valori registrati dagli impianti e che dovevano essere trasmessi alla cabina di controllo e da questa alla centrale di Soverzene.
Entrambe le strutture furono completamente distrutte prima dal risucchio di aria provocato dalla frana e poi dall'acqua e detriti che, distrutta la cabina di controllo, invasero tutte le strutture sottostanti.
Impressionante risulta la pesantissima porta della camera stagna della stanza di manovra dello scarico di fondo completamente divelta dai cardini e piena di detriti rocciosi portati giù dall'acqua.
Questi settori naturalmente sono interdetti al pubblico per la pericolosità dei siti; solo i ragazzi di Lost Structures (che - è bene ribadirlo - sono alpinisti provetti, con grande esperienza di speleo) hanno potuto accedervi realizzando così il ben noto documentario disponibile sul Tubo.
Foto tratta dal manuale di servizio della diga, depositato in atti processuali digitalizzati (di libero uso e consultazione)








Operai della ditta Torno a diga quasi ultimata.
(Libro "Vajont, Storia della valle" )




