Uno degli aspetti tecnici meno conosciuti della diga del Vajont fu il progetto – da parte dell'ingegner Carlo Semenza – di un puntone di sostegno alle spalle d'imposta del manufatto.
Ma che cos'è un puntone? E perchè venne progettato?
Rispondere alla prima domanda è abbastanza semplice: un puntone per una diga è una struttura sussidiaria destinata a rinforzare le spalle di imposta al fine di evitarne disastrosi movimenti trasversali: una sorta di grosso “plinto” in calcestruzzo, con la funzione di aiutare la diga a scaricare i pesi sulle sponde, garantendo al contempo la stabilità di queste ultime. Sorge quasi adiacente al manufatto principale, appena a valle del medesimo.
Rispondere alla seconda domanda è invece più complesso e – nel caso della diga del Vajont – ci costringe a partire da lontano.
Esattamente dal 1937, quando in seno al progetto “Piave-Boite-Maè-Vajont" (destinato a diventare in seguito il progetto "Grande Vajont") fu concesso di spostare lo sbarramento dalla sua posizione originaria collocata al Ponte di Casso al ponte del Colomber, nella stretta forra del Vajont. Sul “come” questa concessione venne accordata torneremo tra breve.
L'approvazione del progetto implicò l'obbligo di preliminari studi geologici sul fondo della forra (dove si sarebbero dovute scavare le fondazioni) e sulle sponde della stessa (dove sarebbero stati costruiti i pulvini necessari ad accogliere le spalle della diga), studi che erano iniziati ben prima, addirittura alla fine degli anni Venti. Vennero condotti dal geologo Giorgio Dal Piaz (già consulente SADE per altri invasi) il quale si avvalse dell'operato della ditta “Ing. Nicola Romeo & C.”, l'unica in grado di disporre di sonde rotanti “David Calyx” di rilevante diametro [1]. Lo stesso Dal Piaz fin dalle prime pagine della sua relazione mise in luce la pericolosità delle condizioni di lavoro delle maestranze che si trovavano a operare in una gola così ristretta, sottoposte alla continua caduta di sassi dalle pareti, entro un ambiente insalubre per il livello di umidità costante dovuto alla sempiterna ombrosità del sito. Il geologo fu peraltro chiaro nel sottolineare che durante i lavori “non si sono verificate disgrazie”.
Furono quindi praticati due fori in corrispondenza della mezzeria della forra; era stato programmato un terzo foro, che però non venne eseguito a causa dei ritardi nelle due precedenti perforazioni [2] e del sopravanzare della stagione più fredda che avrebbe reso l'ambiente di lavoro se possibile ancora più ostile.
Per quanto concerne le ispezioni per le fondazioni, viene scritto che “la roccia venne incontrata a breve profondità (circa 7,50 [metri, n.d.a.])”. Di questo fatto Dal Piaz pare stupirsi, poiché si sarebbe aspettato di trovare questo substrato roccioso (considerato il giunto di raccordo con il vicino letto del fiume Piave) a profondità ben più grandi. Tra la roccia e la superficie il geologo descrive la presenza di “banchi di struttura cristallino-porosa assai facilmente disgregabili all'azione della corona perforante, ma di potere abrasivo fortissimo, quasi quadruplo del calcare compatto prima incontrato”. I campioni di roccia prelevati furono invece giudicati di “compattezza notevole”.
In questa relazione non vi è alcun cenno a sondaggi e perforazioni sulle pareti verticali, che evidentemente non furono fatti. E ciò perchè in realtà il primo progetto riguardava una diga di dimensioni molto ridotte, collocata più a oriente, appunto al Ponte di Casso, dove la valle del Vajont si allargava passando da una stretta forra a una vallata di origine glaciale.
Torniamo dunque alla concessione del 1937 che cambia il punto di imposta della diga. Il 5 agosto di quell'anno Carlo Semenza scrive a Dal Piaz una lettera (doc. 5109/149 d'istruttoria) in cui gli “suggerisce” di adattare la precedente relazione del 1930 al nuovo sito. In particolare: “...Ella ci ha già dato una Sua preziosa relazione, in data 11 giugno 1930, di cui a buon fine Le allego copia, e che, se Ella volesse semplificare, basterebbe oggi produrre in bollo. [omissis] La prego tener presente che a pag. 5 occorrerebbe modificare la località dello sbarramento”. Tutto ciò a fronte di un parere espresso più volte a partire dal 1925 dal geologo svizzero Hug, il quale sconsigliava proprio la forra del Colomber come sito d'imposta a causa della forte permeabilità dei calcari che ne costituivano i fianchi.
E così la relazione del 1930 va ad adattarsi senza problemi a un sito diverso. Il 7 agosto 1937 Dal Piaz corrobora la bontà di quest'ultimo in un'appendice alla propria relazione (doc. 5042/149 d'istruttoria) ove aggiunge: “La valle del Vajont è una tipica gola d'erosione incisa nei calcari lisiatici compatti, i quali formano una potente pila stratigrafica regolare e continua. I fianchi della sezione da sbarrare sono fra loro strettamente legati di continuità col fondo pure roccioso ciò che offre condizioni statiche particolarmente favorevoli per la costruzione di una diga anche di notevole altezza”. Aggiunge inoltre: “...è raccomandabile che la diga abbia un profondo incastro tanto sul fondo quanto sui fianchi e che, per tutto lo sviluppo della sezione, sia fatto largo impiego di iniezioni di cemento liquido a forti pressioni fino a rifiuto completo”.
Come Dal Piaz abbia “deciso” che i fianchi di sezione fossero “strettamente legati di continuità col fondo pure roccioso” non è dato sapere visto che di sondaggi sui fianchi del sito di imposta si parla solo nel settembre del 1940 nella relazione redatta dal geologo Testa (doc. 4012/100 d'istruttoria) dove si dice: “La società, volendo accertare che la roccia fosse di uniforme compattezza anche nell'interno, ha fatto eseguire sondaggi verticali sui fianchi, per quasi tutta l'altezza dell'invaso. I campioni di dolomia estratti confermano il giudizio di solidità che l'esame esterno lascia”.
In questa relazione non viene tuttavia fatto alcun cenno al fatto che la ditta “Rodio” – appaltatrice del lavoro – aveva segnalato forti anomali assorbimenti di acqua dell'impianto di raffreddamento della testa perforatrice, quasi che quest'acqua fosse invece drenata da crepe, fessurazioni o frammentazioni della roccia. (doc. 2048/71 d'istruttoria). Furono quindi praticati dei fori-pilota per cercare di intercettare la profondità della roccia compatta, fori che si estesero fin oltre 200 metri in orizzontale nel ventre della montagna senza che tale tipo di roccia venisse mai trovata.
Tutto il resto è storia nota: la guerra che blocca momentaneamente il progetto, salvo alcune delibere tra il 1943 e il 1945; progetto che ritorna con maggiore veemenza fin dall'immediato dopoguerra, con la reiterata presentazione delle vecchie relazioni Dal Piaz degli anni Trenta e fino al 1957, quando iniziano i lavori e viene approvata la definitiva variante in corso d'opera che porta la diga alla vertiginosa altezza di 722,60 metri s.l.m., quando lo stesso geologo scrive a Semenza la famosa frase: “Le confesso che i nuovi problemi prospettati [l'innalzamento della quota del serbatoio, n.d.a.] mi fanno tremare le vene e i polsi”..
Questa premessa è stata necessaria per individuare le prime “falle” progettuali, partendo proprio dalle origini.
Tra l'inizio dei lavori e il marzo 1959 tutto sembra procedere senza intoppi e secondo quanto previsto; anche i tempi di realizzazione sono nei margini.
Ma il 22 marzo 1959 si propone in tutta la sua drammaticità la frana di Pontesei, e con essa l'impellenza di capire bene la tenuta delle sponde d'invaso che Carlo Semenza ravvisa come priorità assoluta.
Nel frattempo però al Vajont erano mutati alcuni assetti, tra i quali il ruolo di Dal Piaz, non più geologo ma semplice consulente della SADE [3]. Adesso, in quel 1959, responsabile degli studi sulla solidità di fondazioni e imposte è un nuovo ingegnere, quel Leopold Muller che, assieme a Edoardo Semenza e a Franco Giudici, pochi anni dopo individuerà la gigantesca paleofrana del Toc.
Nello studio della solidità delle rocce però, Muller era arrivato a conclusioni ben diverse da quelle di Dal Piaz degli anni Trenta... Intanto, il fondo su cui sorgerà il tampone della diga non è di solida roccia compatta, ma di roccia fortemente fratturata. Inoltre, ulteriori problemi di fratturazione vengono individuati su entrambi i siti di imposta della diga, secondo una sequenza stratigrafica molto eterogenea che alterna banchi compatti di calcare del Vajont ad altri più compromessi, addirittura di roccia milonitica composta dai c.d. “ooliti”, piccoli sassi di forma ovoidale tenuti insieme da marne e argille. I maggiori problemi si hanno in spalla sinistra, ma anche quella destra presenta criticità inaspettate: già nel marzo 1957 erano state evidenziate profonde fratturazioni durante i lavori di scavo del tampone; nel maggio successivo, durante le gettate per quest'ultimo, ci si era accorti di anomali assorbimenti di calcestruzzo (doc. 5081/149 d'istruttoria) e nel luglio sempre di quell'anno si notò che i massicci rocciosi della spalla destra si sgretolavano man mano che gli scavi per il pulvino proseguivano (doc. 5080/149 d'istruttoria).
Ed è a questo punto che torniamo a parlare del puntone.
Carlo Semenza intuisce tutta la drammaticità della situazione. Ma intanto la diga ha già le sue fondazioni, il suo tampone e i conci stanno crescendo al ritmo di 60 cm al giorno, H24. Le strade percorribili sono sostanzialmente due: quella suggerita dallo stesso Dal Piaz – e ripresa anche da Muller – cioè lo scavo di cunicoli orizzontali di iniezione su entrambe le spalle, fino a trovare la roccia compatta, e che andranno riempiti di cemento liquido ad alta pressione; quella più tradizionale, vale a dire il puntone, come suggerito anche dall'ing. Ferniani in una lettera del 12 maggio 1961 (doc. 59/1 d'istruttoria). Una terza strada (che prevedeva la coesistenza di entrambe le precedenti) non viene nemmeno considerata a causa dei costi proibitivi di realizzazione.
Carlo Semenza crede molto più alla prima strada, tanto che nei suoi stessi quaderni è più propenso a percorrerla. Tuttavia da bravo professionista non esclude nemmeno la seconda strada, il cui progetto viene messo in carta in almeno tre varianti che vi proponiamo nella sequenza di disegni di seguito riportata ed estrapolata dal carteggio processuale digitalizzato.
Gianmarco Calore
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Maggio 1959. Carlo Semenza appronta il progetto della prima versione del puntone: ne seguiranno altre due. Nel progetto figura anche la controdiga realizzata per mantenere asciutto il cantiere alla base del manufatto

La prima versione del puntone vista in sezione orizzontale

Il primo puntone visto anche nella sua sezione verticale

La seconda versione del puntone

La terza versione del puntone


La terza versione del puntone visto nelle sue sezioni
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[1] le altre due ditte “Axerio” e “Rodio” vennero scartate, la prima perchè non dotata di frese a diamante per la perforazione della roccia; la seconda, per la complessità del progetto presentato e il conseguente costo eccessivo (cfr. relazione Dal Piaz, 1930).
[2] causati da impreviste rotture delle frese e dei conseguenti tempi “morti” in attesa dei nuovi pezzi di ricambio che dovevano giungere da Milano.
[3] la sostituzione di Dal Piaz come geologo fu dettata dalla sua età avanzata, incompatibile con le necessarie e continue ispezioni sul campo. Resta tuttavia in seno alla SADE quasi come forma di riconoscimento da parte dell'ing. Biadene – succeduto a Carlo Semenza dopo la morte di quest'ultimo – a seguito di sue specifiche richieste per arrotondare la magra pensione che percepiva come docente, lamentando la progressiva rarefazione di opere di consulenza e di partecipazione a conferenze di settore.
