Con il termine gergale “vanzèga” (o “ganzèga”) nel Veneto si indica la tradizione radicata nell'ambiente edilizio di festeggiare il termine dei lavori con un pranzo (o una cena) tra impresa e committente, da farsi direttamente sul posto, all'interno dell'opera appena terminata.

E' una tradizione che affonda le proprie radici nella notte dei tempi, con un implicito augurio di resistenza al tempo per il manufatto e di salute, fortuna e prosperità per chi lo andrà ad abitare, tanto che ancora oggi la frase “Ndemo far vansèga!” è sinonimo di andare a far festa, in cui a spadroneggiare sono le abbondanti libagioni e le altrettanto abbondanti bevute, nonché ogni tipo di burla e scherzo goliardico tra i partecipanti. Il “finale” è di solito costituito dalla rottura di una bottiglia di vino, all'uso marinaresco, come quando si procede al varo di una nave.

Quando mi affacciai al mondo-Vajont, come penso molti neofiti mi guardai e riguardai l'orazione civile di Marco Paolini, tanto da arrivare a consumarne perfino la cassetta VHS dove l'avevo videoregistrata... Uno degli aspetti affrontati seppur rapidamente dall'oratore fu quello di un presunto pranzo tenutosi tra i vertici della SADE, con tanto di discorso di circostanza dell'ingegner Carlo Semenza di fronte agli illustri colleghi e ai principali collaboratori. Questo particolare fu ripreso anche da Renzo Martinelli nel suo film, con questa anacronistica tavolata tra ingegneri sul coronamento della diga.

Poi, nel corso degli anni, nello studio “matto e disperatissimo” di tutti gli aspetti tecnici, geologici, storici e personali di questa grande e tragica opera, la storia del pranzo di fine lavori passò in dimenticatoio.

L'argomento è stato tuttavia risollevato di recente, anche se indirettamente, e con esso si è riaccesa la mia curiosità. Mi sono detto: “Se tanto Paolini che Martinelli ne parlano, vuol dire che qualcosa di vero ci deve essere”. E grazie a un proficuo confronto con l'amico Paolo DF, adesso possiamo confermare che una “vanzèga” fu quantomeno programmata.

Tuttavia non lasciamoci trasportare dalla giocondità e dalla goliardia insite in questo tipo di festa: nessun Semenza o Biadene a ballare sui tavoli; nessun Pancini a intonare cori da osteria. Si trattò invece di quella che in linguaggio molto più formale viene definita una “bicchierata”. E lo scambio di corrispondenza su tale aspetto fa parte dell'immensa mole di documenti sequestrati dal giudice istruttore Mario Fabbri già all'indomani del disastro.

L'organizzazione dell'evento è pensata e coordinata dall'ing. Mario Pancini che in data 13 settembre 1960 scrive a Biadene una bozza di questa festa da tenersi per il successivo 1° ottobre, un sabato. Pancini è molto chiaro nello specificare che non si tratta dell'inaugurazione della diga, ma dell'apertura al transito della nuova strada in sinistra e di quella sul coronamento, finalmente ultimata. E' un avvenimento molto importante perchè con l'apertura al transito del coronamento si completava finalmente la strada di circovallazione del lago, consentendo così agli abitanti di Erto e Casso di raggiungere con più rapidità la sponda del Toc dove avevano le casère estive: basta dunque con i vertiginosi attraversamenti della passerella sospesa appena a valle della diga, ma la garanzia di un transito veicolare sicuro, con modalità che sarebbero state concordate in seguito tra la SADE e gli stessi abitanti della valle.

L'aspetto organizzativo è estremamente preciso, nonostante la lettera sia solo una bozza di cerimoniale. Tuttavia quello che salta subito all'occhio è l'estensione dell'invito a una mole impressionante di persone: ben 240, con un “calo” fisiologico preventivato che riduce il numero a 150 per le inevitabili defezioni. Pancini pensa le cose in grande, proponendo addirittura una sorta di “parata” di veicoli, con in testa la vettura dell'ingegner Semenza e signora, che, partendo da San Martino e percorrendo la strada in sinistra – quella sul Toc – seguita dai torpedoni con a bordo gli invitati, sarebbe giunta al coronamento nei pressi della cabina comandi centralizzati dove, dopo un breve discorso tenuto dallo stesso Semenza o da Biadene, si sarebbe aperta ufficialmente la strada sul coronamento.

 

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Penso per un momento a quanto bello possa essere stato questo “tour” di circa 6 km attraverso una delle aree più lussureggianti e con il lago a una quota di invaso già significativa: ricordo infatti che siamo appena prima della frana che si staccherà il 4 novembre 1960 e che in quel momento gli animi erano relativamente sereni poichè le preoccupazioni riguardavano “solo” (si fa per dire) quella paventata da Edoardo Semenza, quei 50 milioni di mc tra la Punta del Toc e la Paùsa sulla quale peraltro il giovane geologo era stato già rimbrottato e scarsamente creduto nonostante lo avesse messo nero su bianco nel giugno di quello stesso anno.

Al termine di quello che ritengo possa essere stato un “taglio del nastro” sulla strada del coronamento, il brindisi si sarebbe tenuto fuori la cabina comandi centralizzati, in un'area ritenuta sufficientemente ampia per ospitare le persone invitate: si parla di un “rinfresco in piedi” per 150 persone e dell'allestimento di un tendone per riparare gli ospiti dal sole, sulla cui presenza si doveva senz'altro confidare. Al termine dell'evento, stimato attorno alle ore 18, i torpedoni avrebbero attraversato il coronamento portandosi sulla strada in destra e di lì a Longarone, per riportare gli invitati alle proprie vetture.

Allegate alla lettera ci sono anche le bozze di un invito formale, completo di una risposta che il destinatario avrebbe dovuto fornire alla Società per consentire le operazioni organizzative, soprattutto in ordine al trasporto da e per il Vajont. Infatti vengono individuati alcuni punti di partenza dei torpedoni: dal bivio di Tai di Cadore (che era il più lontano), dalla piazza di Longarone, dal cantiere della diga, dal bivio di Casso e da Erto – bivio per San Martino.

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Ma quel che più colpisce è l'allegato con le partecipazioni. Mentre all'evento vengono invitati tutti i “quadri” SADE e tutte le maestranze, delle imprese “collaterali” Torno, ICOS – Consonda, Piccin, Antoniazzi e Majer (la De Pra non viene nemmeno citata) vengono invitati tutti i dirigenti e impiegati con relative consorti, purchè residenti sul posto.

Ma nessun operaio.

 

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Voglio pensare che si sia dovuto procedere a una cernita degli invitati, anche in dipendenza della “location” che non consentiva una presenza superiore a tot persone, tuttavia l'esplicitazione dell'esclusione degli operai l'ho trovata una nota stridente, di cattivo gusto, in un quadro organizzativo complessivamente buono.

Non sappiamo se l'evento si sia poi tenuto, se si sia tenuto quel 1° ottobre o in una data diversa e, in caso affermativo, se abbia rispettato la cronologia proposta da Pancini o se ci siano state variazioni. Agli atti non abbiamo trovato alcuna foto dell'evento (cosa strana), né alcun riferimento in cronaca, soprattutto da quel Gazzettino sempre molto solerte nel dare notizia di simili avvenimenti (cosa ancora più strana): queste incognite farebbero propendere per un rinvio a data da destinarsi.

Poi arrivò il 4 novembre e con esso tutti i giganteschi problemi che da quel giorno si abbatterono sulla SADE e su quell'impianto.

Gianmarco Calore

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