Si tratta di una delle proposte - mai attuata - avanzate per gestire la paleofrana una volta che essa si era palesata in tutta la sua estensione.

Prima di entrare nel merito, dobbiamo fare un piccolo passo indietro nel tempo. Passo che ci porta a quel 22 marzo 1959 e alla frana di Pontesei, durante la quale dai 3 ai 6 milioni di mc di materiale detritico erano scesi nel bacino artificiale sollevando un'ondata di circa 20 metri, in parte tracimata dalla diga. Si era trattato di una frana LENTA, misurata sull'ordine dei minuti (stimati da 3 a 5), comunque in grado di generare tutta una serie di problemi non solo a quell'invaso ma anche potenzialmente al costruendo bacino del Vajont, nella valle esattamente di fronte. La lentezza di questa frana è il primo elemento fuorviante in tutta la storia.

pontesei

La frana di Pontesei in una foto scattata il giorno successivo

 

Pontesei fu il primo grande "mal di pancia" per la SADE, i cui ingegneri erano corsi sbigottiti sul posto cercando di darsi risposte alle migliaia di domande che affollavano la loro testa, prima fra tutte: "E se succederà al Vajont?". Non bastarono certo le prime risposte date dal geologo Giorgio Dal Piaz, definite "tranquillanti", per rasserenare gli animi, soprattutto quello di Carlo Semenza, il progettista non solo della diga di Pontesei ma anche di quella del Vajont. La sua prima reazione in quello stesso 1959 fu quella di ordinare a suo figlio Edoardo una serie di studi sulle sponde del bacino del futuro invaso, fino ad allora mai fatte poichè semplicemente non previste dalla normativa dell'epoca. Il ragazzo, sebbene neolaureato in geologia, si mette subito al lavoro con i pochi strumenti che ha; segue le orme del suo "maestro" Dal Piaz, con infinite scarpinate su e giù dai versanti, ma con una marcia in più: lo studio oggettivo delle stratificazioni delle rocce affioranti dal terreno che lo portano a individuare nei pressi del rio Massalezza affioramenti costituiti da più componenti geologiche tra loro diverse, con un'alternanza di rocce compatte e di rocce via via più fratturate, legate da un "collante" di marne e argilla. Non è un bel segnale, ma soprattutto è un segnale che smentisce clamorosamente le osservazioni fatte da Dal Piaz, il quale aveva sempre parlato di "potente roccia compatta". 

Ma Edoardo Semenza va oltre. Capendo che le sue conclusioni andranno a turbare gli equilibri interni alla SADE, coinvolge nelle stesse esperienze un altro giovane geologo, Franco Giudici. Lo fa non mettendolo affatto al corrente dei suoi risultati, lasciando che il collega operi in assoluta autonomia, per evitare di influenzarlo ma soprattutto per fornire alla SADE un giudizio "terzo" rispetto a quelli già espressi. Franco Giudici arriverà da solo alle stesse conclusioni di Edoardo: in sponda sinistra esiste una frana antichissima, quantificata sull'ordine dei 50 milioni di mc., che va dal fondo della forra alla zona del pian de la Paùsa, quel terreno pianeggiante situato alla base del monte Toc. In assenza di esami più specifici e invasivi non si sa ancora che comportamento avrà tale frana una volta che il lago salirà a bagnarle i piedi, ma tant'è: la frana c'è e deve essere presa in seria considerazione.

Va detto che Edoardo Semenza fu indotto a credere a una frana limitata alla parte prospiciente il futuro lago sia perchè il monte Toc non aveva mai dato nessun segno di cedimento, sia per avere valutato come "cerniera" di frana una lunga dolina individuata proprio sul pian de la Paùsa, parallela all'invaso. Solo in seguito si capirà che quella dolina non aveva nulla a che fare con tutta la paleofrana.

dolina

La dolina individuata nel 1959 da Edoardo Semenza in pian de la Paùsa - pian de la Pozza ed erroneamente ritenuta la "cerniera" della frana da 50 milioni di mc oggetto della sua prima perizia presentata nel giugno 1960 (foto di Edoardo Semenza)

 

I risultati vengono consegnati alla SADE nel giugno 1960 nella più assoluta segretezza. Ne seguono mesi convulsi di riunioni, confronti, litigate: sono tutti d'accordo nel cercare di salvare l'impianto (che ormai era quasi completato, tanto che si era già fatta una prima prova di invaso); il disaccordo regna invece sovrano sul come gestire quella frana. Ma il 4 novembre 1960, in piena brain storm aziendale, il problema già di per sè grave lo diventa 5 volte di più: alle 12:30 una frana di circa 800.000 mc di roccia e terra si stacca dalla sponda sinistra a circa 300 metri dalla diga, scende lentamente nel lago e solleva un'onda di poco più di 2 metri che si infrange sulla sponda opposta e - di rimbalzo - sul muraglione della diga. E' una frana "strana": una "fettina" di montagna si è staccata su un piano di inclinazione di oltre 45°. Una "fettina", scesa per di più lentamente. E la fettina sarà il secondo elemento fuorviante nella vicenda.

Ma la cosa davvero più grave è che con il distacco di quella "fettina", molto più in alto sul monte Toc si è aperta una trincea che corre parallela al lago per quasi 2 km, fin oltre il rio Massalezza. Il problema da gestire non è più "solo" una frana di 50 milioni di mc, ma una di almeno 5 volte più grande e che riguarda tutta una montagna. La SADE chiede un'ulteriore consulenza al geologo Leopold Muller, che nel frattempo si era occupato dello studio delle rocce delle imposte della diga e delle sue fondazioni, dove già aveva trovato problemi. Muller fa i suoi studi e concorda con Edoardo Semenza e Franco Giudici: si è messa in moto una gigantesca paleofrana da 250 milioni di mc, ma quel che è peggio è che una volta messa in moto difficilmente tornerà a fermarsi. Tuttavia prende un abbaglio, considerando questa frana come di tipo glaciale, vale a dire con distacco a creep, cioè a fettine come fanno i ghiacciai quando si sciolgono. Questo è il terzo e ultimo elemento fuorviante di questa storia.

Infatti la somma di questi tre elementi fuorvianti fa prendere a tutta la vicenda la strada peggiore: nessuno nega che ci sia una frana enorme pronta a cadere; nessuno nega che tale frana, ormai attivata, sicuramente cadrà. Ma sulle risultanze degli elementi a disposizione si tratterà di una frana:

  • LENTA (come a Pontesei)
  • A FETTINE (visto l'"assaggio" dato da quella del 4 novembre 1960)
  • DI TIPO GLACIALE (visto il rapporto Muller)

Tutto il contrario di ciò che invece accadrà il 9 ottobre 1963. La certezza è così assoluta che nessuno - nemmeno Edoardo Semenza che pure in questa storia può considerarsi l'eroe incompreso - penserà mai a un distacco RAPIDO, COMPATTO, INTEGRALE della montagna. Tale tipo di distacco non verrà nemmeno posto come esperimento al prof. Augusto Ghetti, che nel suo modello realizzato alla centrale di Nove simulerà sempre la caduta di frane lente. Di conseguenza nessuno avanzerà l'ipotesi di abbandono dell'impianto, unica scelta possibile col senno del poi.

E torniamo a parlare del "programma Pancini". Tale denominazione fu attribuita solo successivamente, rientrando invece la stessa in generici appunti che il capo-cantiere scrive a Carlo Semenza in data 23 novembre 1960: il programma ideato dall'ingegner Mario Pancini è forse quello che più si avvicinava al tentativo di gestire una frana nella configurazione (errata) che tutti si erano immaginata.

Come detto, il 23 novembre 1960, a 2 settimane dalla frana di 800.000 mc, propone per iscritto a Carlo Semenza un programma di invasi e svasi rapidi da realizzarsi secondo sequenze calendarizzate in tempi strettissimi: far salire l'acqua, lasciarla ferma qualche giorno o qualche settimana al massimo per farla infiltrare nella montagna, svasare velocemente. Questo avrebbe ottenuto un distacco più o meno controllato delle "fettine" della frana più vicine alla riva del lago, distacco che avrebbe in quel modo riempito la forra a monte della diga. Certo, l'invaso avrebbe perso circa 60 milioni di mc di acqua, ma con la realizzazione della progettata galleria di sorpasso frana l'impianto avrebbe comunque potuto funzionare regolarmente. Riportiamo qui di seguito gli appunti di Pancini (in corsivo le note aggiunte a mano da Semenza), estrapolati dal libro di Reberschak - Miscellaneo - Bacchetti, Vajont. La prima sentenza:

Promemoria

«Qualunque sia la natura del movimento attualmente in atto lungo la sponda sinistra del serbatoio è da presumere che il movimento stesso non cesserà fino a che non si sia raggiunto un nuovo equilibrio nella condizione peggiore e cioè un massimo invaso durante la stagione delle piogge.

È certo comunque che se la sponda sinistra, o una porzione di essa, "puntasse" contro la sponda destra, non si dovrebbero più temere grandi smottamenti che sarebbe ragionevole favorire piccoli smottamenti cosicché il riempimento del fondovalle venisse raggiunto per gradi.

In ogni caso non è pensabile alzare il livello al massimo invaso fino a che buona parte della forra non sia riempita. Ciò premesso io vedo due possibilità:

1. Svasare il serbatoio fino a quota 590 entro il dicembre 1960 mantenendo il livello a quella quota; eseguire la galleria di bypass (a quota 610 o a quota 600 circa) nel 1961; riprendere gli invasi nell'autunno inverno 1961-1962 ("partendo in gennaio possiamo aver finito in settembre e riempire già in ottobre-novembre 61").

Arrivati a quota 650 circa, alzare e abbassare il serbatoio più volte fino a provocare il franamento di una certa parte di materiale che consenta di spingere, con una certa tranquillità, gli invasi anche alle quote superiori. Con questo programma il livello massimo potrebbe essere raggiunto nella primavera-estate del 1963 ("se non succede niente di grave anche in primavera 1962");

2. Provocare subito (e cioè entro questo inverno) qualche smottamento alzando e abbassando il livello per la quota 650-670; ciò fatto stabilire se la galleria è necessaria.

Vantaggi:

  • può darsi che non occorra eseguire la galleria e se occorre eseguirla, incominciare in gennaio o cominciare in aprile, non porterà una grande differenza agli effetti della data di ultimazione perché e sempre difficile "piantare" un cantiere in pieno inverno in una valle profonda come quella del Vaiont.
  • In ogni caso, il tempo che si perderebbe ora dovrebbe essere perduto anche con la soluzione 1) nel 1962-1963.
  • Durante l'inverno si è pressoché sicuri che i proprietari dei terreni del "Toc" non si recano sul posto e quindi qualsiasi smottamento del terreno e meno pericoloso per l'incolumità delle persone.
  • L'eccezionale ricchezza di acqua dell'autunno 1960 consente una maggiore libertà negli invasi e svasi.

Svantaggi:

  • se si provocasse un enorme movimento di terra e fosse necessaria la costruzione del by-pass, questa ultima avverrebbe in condizioni estremamente difficili. Sulla possibilità che il movimento della sponda assuma dimensioni disastrose solo i geologi possono dare un parere (''GUAI'').

La mia "sensazione" personale è che non dovrebbe avvenire un movimento di entità tale da superare la quota 625 perché il congiungimento fra le due sponde a quota inferiore dovrebbe già provocare un rallentamento del fenomeno e successivamente non c'è ragione di pensare che il movimento debba continuare. ''(perché? Vedere sezioni trasversali).''

Venezia 23-XI-1961

F.to PANCINI

L'ingegner Semenza, sull'intero promemoria, scrisse: d'accordo sulla prima soluzione, anticipando gli svasi e invasi a ottobre 1961

Intanto il 3 febbraio 1961 anche Muller presenta il suo famoso 15° rapporto sul versante del Toc: in esso è in disaccordo con la relazione Semenza - Giudici circa l'esistenza di una "paleofrana" (intesa come frana antichissima); concorda tuttavia sull'esistenza di una frana geologicamente più giovane, di grosse dimensioni (circa 200 milioni di mc) e caratterizzata dalla profonda giacitura del piano di scivolamento. Nel suo 15° rapporto il geomeccanico ipotizza 6 possibili soluzioni, alcune delle quali già scartate in partenza a causa degli enormi costi o dell'impossibilità stessa di realizzazione:

  1. Abbassamento lento del livello. Provvedimento, in realtà, già preso che aveva dimostrato la sua efficacia; nel rapporto si osserva altresì che le piogge avevano invece contribuito a diminuire ogni volta questa efficacia; per conoscere meglio gli effetti delle piogge e delle variazioni del livello del lago sull'andamento della falda nella massa l'autore consigliava l'installazione di piezometri.
  2. Impedire o ridurre drasticamente la penetrazione dell'acqua di precipitazione e disgelo. Era una cosa impraticabile, dato l'enorme numero di fessure, e quindi il costo spropositato (ma, visto a posteriori, anche inutile, data l'altissima permeabilità poi riscontrata per cui l'acqua sarebbe entrata ugualmente nella massa del lago).
  3. Alleggerire la frana. Si trattava di demolirla parzialmente; ma erano moltissimi milioni di metri cubi, e quindi un'opera superiore alle possibilità umane (ma, a parte la spesa, si sarebbe trattato comunque di un lavoro che avrebbe richiesto molti anni).
  4. Un abbassamento di livellamento della falda mediante drenaggi, che senz'altro dovrebbero conseguire un effetto rallentante. Questo pareva possibile almeno in una certa misura. A questo scopo Müller aveva raccomandato la costruzione di due cunicoli di drenaggio entro la roccia e che venivano iniziati in vicinanza al torrente Massalezza sopra quota 900. Da questi cunicoli, egli è convinto, si potrà principalmente drenare la zona della frana. Con questo si spera di ottenere non solo una sensibile estrazione di masse d'acqua, bensì un totale scarico della pressione dell'acqua e una diminuzione della spinta idrostatica. Se questa misura avesse avuto effetto favorevole Müller precisa che potrebbe venir creato un secondo cunicolo di drenaggio più profondo.
  5. Cementare tutta la massa in modo da renderla impermeabile. Impresa ciclopica, costi enormi e risultati incerti.
  6. Costituire un ostacolo al piede della massa in frana con altre masse rocciose fatte cadere, con esplosivo dalla fronte della massa stessa, o dal versante opposto; provvedimento dall'esito incerto e con aspetti pericolosi.

Di fronte a questa mole immensa di informazioni, Carlo Semenza puntò invece sulla galleria di sorpasso intuendo la pericolosità di uno svaso rapido, con l'incognita di quanta roccia sarebbe potuta distaccarsi: il 4 novembre si era trattato di 800.000 mc, ma se un distacco successivo fosse stato magari di 10 volte più grande, che effetto avrebbe avuto non solo sul bacino ma sulla diga stessa? E poi, la diga era progettata per dilatarsi e restringersi a seconda di quanta acqua aveva alle spalle. Con la pressione costante di un numero imprecisato di milioni di mc di terra e roccia come si sarebbe comportata?

Tutte queste incognite gli fecero accantonare il "programma Pancini", che non verrà più preso in considerazione nemmeno dopo la morte di Carlo Semenza, sostituito nella gestione del progetto da Alberico Biadene.

Gianmarco Calore

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