Non è una malattia, almeno non nel senso della medicina moderna.
E' tuttavia qualcosa che quando ti entra dentro non ti molla più, spingendoti alla continua ricerca di informazioni per placare quella sete di risposte a una semplice domanda: perchè tutto questo?
Se c'è una data in cui la vajontite mi ha contagiato, è stato il 1984. Fino ad allora la diga l'avevo solo intravista fugacemente dai finestrini dell'auto sulla strada delle vacanze: un muro grigio in mezzo a rocce nere, sempre all'ombra. I miei genitori mi avevano spiegato il disastro con quei termini semplicistici che si usano con un ragazzino, stando attenti - soprattutto mia madre - a non urtarne la naturale sensibilità fanciullesca.
E come glielo spieghi il Vajont a un ragazzino? Con l'unica metafora possibile, quella di Dino Buzzati usata sul Corriere della Sera all'indomani del disastro: si è staccato un pezzo di montagna, è caduto nel lago facendone uscire l'acqua che si è riversata su Longarone, distruggendola. Dei paesi "comprimari", a parte Erto e Casso, neanche un accenno, non per ignoranza ma perchè su quei fatti si stava già posando la polvere dell'oblio, ennesimo oltraggio a vittime e sopravvissuti.
Tutto qua?
Tutto qua.
Al passaggio per Longarone il mio sguardo andava sempre lassù, facendo a gara coi miei a chi la vedeva prima, la diga. Paolini ha detto bene: davanti alla diga si resta "impiantà" come davanti a una portaerei. Nello specifico, dentro di te si sommano sentimenti contrastanti: soprattutto paura, ma anche fascinazione verso qualcosa che ha provocato robe brutte, ma che ti attrae. Un po' come quando da piccolo in tivù c'era un film dell'orrore: ti dicevano di non guardare la scena più truculenta, ma tu sbirciavi comunque tra le dita della mano che la mamma ti metteva davanti agli occhi.
Poi arrivò quell'estate del 1984. Me la ricordo bene, la prima media appena finita e tutta la spensieratezza di un dodicenne. Era un pomeriggio di fine agosto, una bella giornata di sole, calda perfino, nonostante le giornate si stessero già accorciando. Sulla strada del ritorno dalle vacanze, la solita "gara" a chi la vedeva prima, la diga. Solo che arrivati a Longarone mio padre mise la freccia a sinistra imboccando una strada che non avevo mai fatto prima. Una letta fugace a un cartello bastò a farmi capire: "Diga del Vajont".
Ricordo distintamente le parole di mio papà, uomo pragmatico che a Longarone quel 1963 c'era stato, vestito di grigioverde. Non me ne aveva mai parlato, non lo fece mai anche quando anni dopo cercai di chiedergli di più. Si limitava a cambiare discorso e io capivo che il peso che aveva dentro era troppo anche da condividere con gli altri. Quel pomeriggio mi disse: "E' arrivato il momento che tu veda coi tuoi occhi". Non una parola di più.
La salita alla diga fu lenta, attraverso tornanti e boschi. Lenta e silenziosa. In macchina nessuno parlò.
Arrivati alla galleria di adduzione al coronamento - all'epoca non c'era il semaforo che c'è oggi - prima di vedere LEI, vidi LUI: il versante settentrionale del Toc. Vidi un taglio di coltello che si estendeva per tutta la montagna, ma che non collegai subito alla frana: nella mente di un ragazzino "un pezzo di montagna" franato in un lago è raffigurato con dimensioni tutto sommato accettabili.
Dalle finestre della galleria cominciai a scorgere altri particolari, uno su tutti un muro bianco con tanti ferri ritorti, piegati in fuori. Ma è quella la diga?? Cosa vuoi che ne sappia un ragazzino di com'è fatta una diga, di che cos'è un coronamento, di cosa l'acqua può fare sul cemento.... E prima di sbucare sul piazzale della chiesa vidi tante lapidi, nomi come Felice Corona o Da Pra scorsero nella mia testa velocemente: chi erano questi?
Parcheggiata la macchina sul piccolo piazzale, coi miei raggiunsi la chiesetta. Lì, un'altra lapide, un altro nome: geometra Giancarlo Rittmeyer, i tuoi cari. Oggi quella lapide non c'è più, chissà che fine ha fatto...
Guardai la diga. Devo essere sincero? La mia prima impressione non fu di stupita meraviglia. "Tutto qua?" mi chiesi. Un pezzo di muro ad arco piantato nella terra... Ma non doveva essere la diga più grande del mondo? Fu mio padre a spiegarmi meglio, con una voce atona, quasi lontana: la terra dove quel muro era piantato era la frana; la montagna di terra brulla di fronte a me era la frana; dove ci trovavamo noi, un tempo c'era il lago.... Cominciai a capire.
"Guarda lassù" mi disse mio padre indicando il Toc. Vidi ancora quel gigantesco taglio di coltello sulla montagna, quei piastroni di roccia fortemente inclinati. "Ecco, da lì si è staccata la frana".
"Da lì??? Vuoi dire, da TUTTO lì??"
Provai un giramento di testa, la sensazione di essere piccolo piccolo. Altro che pezzo di montagna caduta in un lago!!! Lì c'era TUTTA una montagna venuta giù!!!
"Capisci adesso?", la voce lontana di mio padre.
Poi arrivarono altre persone. Non come adesso, che vai su e trovi le processioni. Arrivò semplicemente un'altra macchina che parcheggiò a fianco della nostra. Scese gente, non mi ricordo, forse tre o quattro persone. Si avvicinarono alla chiesetta in silenzio. Ecco, nessuno osava parlare. E nessuno lo fa mai a voce alta nemmeno oggi. Velocemente mi fu spiegato che l'onda aveva sbattuto sulla parete verticale alle mie spalle: sopra ci sta Casso, un paesino miracolato che fu solo sfiorato dall'acqua ma che da dove ci trovavamo non si vedeva.
Nel 1984 i segni della frana erano molto più evidenti di adesso. Intanto non c'era tutta la vegetazione che è ricresciuta negli anni a venire. Ricordo terra brulla, rocce bianche dove aveva sbattuto l'onda, quasi nessun albero. E una diga tetra, senza l'attuale camminamento. C'erano solo ferri ruggini, piegati in fuori dalla forza dell'onda e una sorta di parapetto anch'esso in ferro ruggine. Mia mamma mi disse che lì sopra ci correva una strada, portata via dall'ondata: lei ci era stata con suo fratello appena un mese prima del disastro, durante una gita in Lambretta. Forse avevano fatto anche delle foto, ma non si ricordava se le avesse ancora lui o no.
Il germe della vajontite era stato seminato dentro di me. Nel viaggio di ritorno a casa tempestai mio padre di domande finchè perentorio mi disse "Adesso basta così". Oggi capisco il perchè. Capisco soprattutto lo sforzo che deve essergli costato avermi portato lassù. Dopo quel giorno a Longarone continuammo a passarci almeno due volte all'anno, ma alla diga non ci salì più.
Gli anni successivi furono per me l'inizio della caccia alle informazioni. Non c'era internet, le uniche fonti di conoscenza erano l'enciclopedia Treccani, alcuni stralci di giornale recuperati in emeroteca. Ma erano comunque informazioni superficiali che non mi soddisfacevano.
Dovettero passare 13 anni prima che sul Vajont qualcuno mi fornisse le prime risposte. Quel qualcuno si chiama Marco Paolini, la data è il 9 ottobre 1997, il luogo è il piazzale della chiesa della diga dove di sera questo grande attore manda in scena la sua orazione civile. Una "maratona" di quasi tre ore: numeri, misure, nomi, termini tecnici snocciolati con precisione... Iniziai a familiarizzare con nomi come Dal Piaz, Semenza, Biadene, Pancini, Muller, Tina Merlin... ma anche con concetti come massimo invaso, quota altimetrica, coronamento, piezometri, piano di scivolamento... E numeri, tanti numeri: quota 710... 262,60 metri... 158 milioni di metri cubi... Avevo videoregistrato su cassetta quel pezzo di bravura, nei mesi successivi me lo riguardai forse un centinaio di volte, imparando sempre qualcosa di nuovo.
Intanto era arrivato anche Internet nelle case degli italiani, e con esso quel fantastico strumento chiamato motore di ricerca. Sul Vajont si cominciava a trovare sempre di più: testi, fotografie, opinioni non sempre corrette. E poi i libri. Paolini diceva: vuoi diventare grande? Leggi i libri! Probabilmente senza di lui, senza la sua meritoria opera di risveglio del Vajont nella testa degli italiani, nè Edoardo Semenza, nè Luigi Rivis, nè alcuno degli altri autori di pregevoli opere tecniche e divulgative avrebbe mai scritto una sola sillaba sull'argomento. E invece, dall'inizio degli anni Duemila è stato un fiorire continuo di testi. Fino a quel momento avevo letto solo "Sulla pelle viva", di Tina Merlin, unico testo reperibile in libreria. Poi un giorno, del tutto per caso, mentre mi trovavo a girovagare per le bancarelle di un mercatino, il mio sguardo si posò sulla copertina di un libro in cui si vedeva la diga del Vajont presa dall'alto, con tutta la frana coperta di vegetazione alle sue spalle. Edoardo Semenza, La storia del Vaiont scritta dal geologo che ha scoperto la frana. Fu il primo testo squisitamente tecnico che lessi sull'argomento, scritto con una semplicità disarmante che faceva comprendere vere e proprie lezioni di geologia in modo diretto e immediato.
Da quel giorno - e fino ad oggi - la mia biblioteca ha continuato ad arricchirsi di libri, ognuno dei quali in grado di aggiungere un quid pluris anche a concetti che credevo completamente sviscerati. Concetti dei quali trovo puntuale riscontro ogni volta che salgo al Vajont, sempre un momento intimo di rispetto per quella valle così prepotentemente violentata. E ciò nonostante, ancora oggi la mia sete di sapere è ben lontana dall'essersi estinta.
Gianmarco Calore
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