Quasi tutta la documentazione fotografica riguardante il Vajont (prima e dopo la tragedia) è in bianco e nero.
L'attuale evoluzione dei programmi informatici di settore permette tuttavia di poter ricolorare molte fotografie con una accuratezza, una risoluzione e un rispetto dei colori originari che possono raggiungere anche il 100%.
Ma perchè ricolorare foto il cui fascino per molti sta proprio in quella patina di "vintage" che solo il b/n (al massimo con viraggio a "sepia") riesce a trasmettere? Abbiamo visto che un'operazione di questo tipo permette di evidenziare particolari che il b/n non faceva rilevare, scoprendo dettagli a volte inediti per lo stesso fotografo.
Dedichiamo dunque questa sezione del sito alle foto ricolorate, ringraziando chi (come Roberto Minardi, Paolo DF, Mark Miller) si sono cimentati in questa ardua impresa e chi in futuro vorrà contribuire con altri "pezzi di passato" riportati al nuovo!

I resti della chiesa di S. Tommaso e del suo piccolo cimitero a Pirago, in una foto ricolorata da Paolo DF

Una foto ricolorata dall'originale che immortala la stazione ferroviaria di Longarone, verosimilmente negli anni Cinquanta. Sullo sfondo, la punta aguzza dello Spitz Gallina (credits Lorenzo Dal Cortivo)

Una cartolina del 1963, ricolorata da Mark Miller. Siamo verosimilmente nell'estate di quell'anno, nel pieno della terza prova di invaso

Una aerofoto ricolorata della centrale di Soverzene scattata nel 1959. La centrale di Soverzene, realizzata in caverna, era il collettore di tutto il sistema di invasi che costituiva il progetto Grande Vajont, garantendo una produzione di 220 MW di corrente. Nella foto si vede anche il ponte-diga, un insieme costituito da una prima arginatura in terra e da strutture in cemento armato contenenti le opere idrauliche necessarie per la captazione e il contenimento delle acque del Piave attraverso la manovra di tre paratoie. La notte del disastro l'onda in discesa da Longarone divelse le tre paratoie esondando verso l'ingresso della centrale; gli alti spruzzi investirono i cavi dell'alta tensione presenti sul piazzale antistante l'ingresso, mandandoli in corto circuito. A ridosso delle paratoie divelte si accumulò una massa enorme di detriti di ogni genere, portati giù dalla corrente, che ostruirono il deflusso delle acque e invasero la sede stradale sul ponte-diga

1959, Pian de la Pozza. Edoardo Semenza, nel corso degli studi preliminari sulla stabilità della sponda sinistra, scatta questa foto (ricolorata da Paolo DF) immortalando la dolina carsica che corre parallelamente al lago, nella convinzione di avere individuato il margine di quella frana di 50 milioni di mc che si credeva incombere sul lago. In realtà fu dimostrato che questa dolina non ebbe alcun ruolo nella gigantesca frana del 9 ottobre

Sono circa le 10 del 9 ottobre 1963. Questa foto (ricolorata da Paolo DF) viene scattata dalla cabina comandi centralizzati da parte di due vigili urbani del Comando di Cortina d'Ampezzo in viaggio di servizio verso Pordenone e immortala il coronamento diga e la parte bassa del cantiere di Moliesa, sulla sponda opposta. La ricolorazione della foto permette di apprezzare nel dettaglio le luci di sfioro della diga e la strada di transito. Tra poche ore tutto questo non esisterà più

Gli stessi vigili urbani fotografano anche il lago. Anche in questo caso la ricoloratura della foto originale operata da Paolo DF permette di vedere più nel dettaglio la Punta del Toc sulla sponda opposta e - sulla sinistra - il promontorio che devierà l'ondata di risalita salvando così il paese di Erto. Sullo sfondo, la mole imponente del monte Certen

9 ottobre 1963, ore 10:00 circa. I due vigili urbani scattano questa foto dal coronamento della diga verso la forra. Sullo sfondo, il paese di Longarone e in primo piano la passerella pedonale (foto ricolorata da Paolo DF)

Maggio 1963. Questa aerofoto (ricolorata da Paolo DF) immortala tutta la sponda sinistra del bacino, che al momento si trova nella sua terza prova d'invaso sperimentale, e il versante settentrionale del monte Toc. E' di facile individuazione la forma della frana "a sedile", con lo schienale costituito dal versante inclinato della montagna e la seduta che va dal Pian del Toc al Pian de la Pozza - Canever, attraversata dalla strada di circonvallazione

Maggio 1963, margine orientale del lago. La foto (ricolorata da Paolo DF) prende la frazione di Pineda e, poco più a monte, la confluenza del rio Mesazzo, di cui si intravvede il ponte omonimo (che sopravvisse all'ondata di risalita, a differenza del ponte Therenton, ubicato più a monte proprio sul torrente Vajont). Il bacino è già a una quota significativa poichè da circa un mese è iniziata la terza prova di invaso sperimentale che - nelle intenzioni degli ingegneri - avrebbe dovuto arrivare a quota 715. Non ci arrivò mai. Nel settembre di quell'anno, a causa dell'aumento delle crepe e fessurazioni, iniziarono le operazioni di svaso fino alla tragica notte del 9 ottobre, con il lago a quota 700,30. Tutta l'area verde che si vede in riva al lago verrà distrutta dall'azione di dilavamento dell'ondata di risalita

Aerofoto scattata dall'Aeronautica Militare il 22 ottobre 1963 sulla verticale del margine orientale di frana che ostruisce completamente il lago residuo. La ricolorazione dall'originale in b/n permette anche in questo caso di notare la completa abrasione dell'area, completamente spogliata da tutta la terra, l'erba e gli alberi che la ricopriva. La foto conferma quanto dichiarato da don Carlo Onorini che parlò della vicina zona di Frasein "bianca come un teschio". Nell'acqua si notano i detriti costituiti da terra e alberi (ricolorazione di Paolo DF).

Questa aerofoto scattata il 22 ottobre 1963 dall'Aeronautica Militare (e ricolorata, credits Lost Structures) riprende l'esito dell'ondata di risalita sulle sponde di Erto (dove sorgevano le località Sot n'Ert, Le Rive, I Molini) e delle località di Ceva e Marzana sulla sponda opposta. Ai piedi del paese giace una mole immensa di detriti costituiti da terra e pezzi di strutture abitative. L'ondata ha messo a nudo la roccia su cui poggia il paese, sbiancandola completamente

Ancora un frame tratto dal documentario di Lost Structures. La foto è scattata dall'Aeronautica Militare in sorvolo sull'area del disastro il 22 ottobre 1963: la ricolorazione della foto permette di notare non solo l'azione di dilavamento delle sponde da parte dell'onda di risalita, ma anche il livello molto elevato del lago che risulta totalmente ostruito dalla frana sul lato sinistro. Le macchie giallastre che si notano nell'acqua testimoniano che la frana non si è ancora assestata; si intravvede il paese di Erto e lo sperone che lo ha protetto deviando l'ondata sulla sponda opposta
La stazione di selezione, lavaggio e trasporto degli inerti edificata sul Piave: qui veniva scelta la ghiaia migliore che veniva macinata e quindi trasportata tramite teleferica all'impianto di betonaggio realizzato a Moliesa, appena sotto il paese di Casso. Qui veniva prodotto il calcestruzzo che, mediante un'altra teleferica orientabile, veniva a sua volta trasportato sui conci della diga per essere gettato.

Il cantiere di Moliesa con l'impianto di betonaggio e la teleferica dei blondin per il trasporto del calcestruzzo sui conci della diga

La ricolorazione di questa aerofoto scattata probabilmente nella primavera del 1962 permette di ammirare il bacino nella sua quasi totale estensione: il suo livello è già abbastanza elevato quindi è verosimile che sia in atto la seconda prova di invaso che porterà l'acqua a quota 700 s.l.m.; a destra si nota inoltre l'intera estensione del "sedile" di frana che va da punta Toc alla Paùsa - Pian de Sot: incombe su di esso la porzione del bosco vecchio che verrà trascinata molto più in basso


Maggio 1963: questa aerofoto (ricolorata da Paolo DF) immortala la diga del Vajont durante la terza prova di invaso, con il lago che sta salendo verso quota 715 (cui non arriverà mai); viene presa anche la forra e l'abitato di Longarone e Castellavazzo

1960. L'ingegner Mario Pancini all'interno della cabina comandi centralizzati. La foto (ricolorata da Paolo DF) è tratta da un documentario dell'epoca, tra l'altro molto rovinato: la sapiente ricolorazione del frame permette di apprezzare il coronamento della diga ancora privo dell'impalcato stradale e - sullo sfondo - l'apertura della valle del Vajont

Foto di Edoardo Semenza dell'aprile 1960 (ricolorata da Paolo DF) scattata in occasione degli ulteriori sondaggi, dopo quelli del 1953, che dovevano svolgersi sotto l'abitato di Erto per valutare lo stato della roccia. Sono presenti, tra gli altri, Giorgio Dal Piaz (riconoscibile al centro), Mario Pancini e Franco Giudici. Come i precedenti anche questi studi ribadirono la stabilità della zona e su questo aspetto il parere dei geologi è sempre stato unanime. In questo periodo Edoardo Semenza aveva già espresso seri dubbi invece sulla tenuta della sponda opposta, sul Toc, a seguito delle indagini svolte l'anno precedente assieme al geologo Franco Giudici. Si svolgeranno nello stesso anno altri studi che porteranno Edoardo a definire la presenza di un'imponente frana sul toc dell'ordine di 200 milioni di metri cubi.

Foto scattata probabilmente da località Moliesa, sede del cantiere e della stazione di betonaggio. Siamo nel 1962, a giudicare dal livello del lago: partendo dal margine più lontano la foto permette di evidenziare l'ammasso di calcare del Vajont, esito di una antichissima frana e futuro confine del lobo di frana orientale e la grande nicchia di distacco della frana del 4 novembre 1960. Tutta l'area compresa tra l'antica frana di calcare del Vajont e la diga crollerà nel bacino la sera del 9 ottobre 1963.

Foto originale scattata da Bepi Zanfron probabilmente da località Pineda in sponda sinistra: siamo nel 1960, all'inizio della prima prova di invaso. In sponda destra, il paese di Erto, protetto da quel costone di roccia che lo salverà dall'ondata del 9 ottobre. Più in basso, le casere della frazione "I Mulini", già private dei coppi e delle infrastrutture che si potevano recuperare: esse saranno destinate alla sommersione e verranno definitivamente annientate dalla frana. Il livello finale del lago arriverà a toccare una quota di poco inferiore a quella di Erto: le sponde rimaste emerse saranno invece dilavate dall'onda di risalita che arriverà a infrangersi contro il margine orientale del bacino.

Fotografia originale scattata da Bepi Zanfron, probabilmente dalla zona della cabina comandi centralizzati appena a valle della diga. L'anno potrebbe essere il 1959, a giudicare dallo stato di avanzamento dei lavori. Si notano gli operai in cima ai vari conci ancora chiusi dalle casseforme in attesa della solidificazione del calcestruzzo. La struttura aggettante del manufatto e la pressochè assenza di sistemi di protezione la dice lunga sui rischi professionali dei lavoratori. Sull'altra sponda, la località Molièsa con il cantiere, la palazzina uffici della SADE, la casa del guardiano, le strutture della mensa, dei dormitori e dell'infermeria: tutto sarà spazzato via dall'ondata che andò a infrangersi sul muraglione di roccia che si vede subito dietro, sopra il quale sorge tutt'ora il paese di Casso.

Foto originale tratta dal Fondo Giacomelli, OPAC comune di Venezia. Siamo a marzo 1964: il disastro si è compiuto e sulle sponde si notano ancora i segni bianchi di dilavamento lasciati dall'ondata di risalita. Più a monte, in val Tuora, è già in funzione la stazione di pompaggio realizzata in tutta emergenza per svuotare il prima possibile il lago residuo rimasto senza emissario e le cui acque avevano raggiunto quote allarmati con il rischio reale di tracimazioni oltre passo S. Osvaldo, verso Cimolais. Anche la strada che si vede è stata realizzata all'indomani del disastro per ripristinare i collegamenti con la val Cellina.

1961 circa: la diga è praticamente finita, manca solo la posa dell'impalcato stradale necessario per garantire il collegamento veicolare tra le due sponde del bacino. Mentre la diga è stata realizzata in calcestruzzo non armato, l'impalcato stradale è costituito da blocchi prefabbricati in cemento armato trasportati sul luogo da autotreni e successivamente collocati sul coronamento tramite delicate manovre con la gigantesca gru Derrick posta dietro la cabina comandi centralizzati. La struttura dell'impalcato stradale verrà inoltre a costituire le 16 luci di sfioro della diga. Gli operai stanno lavorando ad altezze vertiginose, 261,60 metri dal fondo della forra e non si notano sistemi di ancoraggio o imbracature. La strada consentirà il transito di veicoli in entrambe le direzioni e sarà dotata di due marciapiedi adiacenti alla ringhiera di ritenuta.

Longarone, 10 ottobre 1963. La foto originale è di Bepi Zanfron, scattata probabilmente dal vecchio tracciato della s.s. 51 "d'Alemagna" andata distrutta assieme al paese. Un sopravvissuto osserva senza parole la spianata brulla ove fino a poche ore prima sorgeva la "piccola Milano". Alle sue spalle. la guardia di pubblica sicurezza della Stradale di Udine Marcello Chiuppi, giunto la notte precedente in moto assieme ad altri colleghi per prestare i soccorsi: l'espressione del militare è eloquente.

Scatto preso dal coronamento diga probabilmente nel 1962, autore ignoto. La foto permette di localizzare l'antico ammasso di calcare del Vajont che costituirà il limite orientale della frana del 9 ottobre, la profonda nicchia di distacco della frana del 4 novembre 1960. Sull'area pianeggiante subito sopra (pian de la Paùsa) si intravvede la strada di circonvallazione del lago e alcune delle casere alle pendici del Toc; più in alto, il bosco detto "casera del Vecio", ribattezzato dopo la frana come "bosco Massalezza", per distinguerlo dall'omologo "bosco vecchio" situato sul lobo occidentale della frana.




Questa foto è stata gentilmente concessa dal sig.Massimo Ferrigno, quel giorno in braccio a una zia. E' presa dalla spalla destra orografica del ponte Sacaim (o nuovo Colomber), appena fuori la galleria di adduzione. Siamo nel 1962.

Foto del 1913, comunque anteriore alla prima guerra mondiale. Ritrae il primo ponte in legno sulla forra del Vajont, che collegava la strada vecchia per Erto con la sponda ove sorgeva l'albergo Colomber. Ritrae il primo servizio di trasporto passeggeri Longarone - Claut della ditta Giordani

La ricolorazione da parte del sig. Samuele Schiavon di una cartolina viaggiata negli anni Cinquanta ritrae la chiesa parrocchiale di Longarone e le abitazioni e strutture limitrofe. Tutto sarà raso al suolo dall'ondata del 9 ottobre.


Longarone, 9 ottobre 1963, poco prima della mezzanotte. La tragedia si è compiuta da pochissimo: il fotoreporter Bepi Zanfron è il primi giornalista a raggiungere il luogo del disastro e scatta queste prime fotografie dei soccorsi. Verso le 23:00 aveva saputo che "qualcosa di brutto" era accaduto a Longarone dove si parlava genericamente di qualcosa capitato alla diga del Vajont, prese la sua macchina e cercò di raggiungere il paese, venendo però fermato poco prima dalla Polizia Stradale che aveva istituito un posto di blocco poichè la strada non era più transitabile. Ostinatamente volle proseguire a piedi, scortato dalle due guardie di pubblica sicurezza della Polizia Stradale che, compresa l'entità del disastro, si gettarono nel buio a soccorrere le persone. Qui, a malapena illuminati da una lampada Jodolux e da un'altra pila, i militari stanno estraendo dalle macerie un ferito.

Longarone, post 9 ottobre.














