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Quasi tutta la documentazione fotografica riguardante il Vajont (prima e dopo la tragedia) è in bianco e nero.

L'attuale evoluzione dei programmi informatici di settore permette tuttavia di poter ricolorare molte fotografie con una accuratezza, una risoluzione e un rispetto dei colori originari che possono raggiungere anche il 100%.

Ma perchè ricolorare foto il cui fascino per molti sta proprio in quella patina di "vintage" che solo il b/n (al massimo con viraggio a "sepia") riesce a trasmettere? Abbiamo visto che un'operazione di questo tipo permette di evidenziare particolari che il b/n non faceva rilevare, scoprendo dettagli a volte inediti per lo stesso fotografo.

Dedichiamo dunque questa sezione del sito alle foto ricolorate, ringraziando chi (come Roberto Minardi, Paolo DF, Mark Miller) si sono cimentati in questa ardua impresa e chi in futuro vorrà contribuire con altri "pezzi di passato" riportati al nuovo!

 

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I resti della chiesa di S. Tommaso e del suo piccolo cimitero a Pirago, in una foto ricolorata da Paolo DF

 

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Una foto ricolorata dall'originale che immortala la stazione ferroviaria di Longarone, verosimilmente negli anni Cinquanta. Sullo sfondo, la punta aguzza dello Spitz Gallina (credits Lorenzo Dal Cortivo)

 

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Una cartolina del 1963, ricolorata da Mark Miller. Siamo verosimilmente nell'estate di quell'anno, nel pieno della terza prova di invaso

 

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Una aerofoto ricolorata della centrale di Soverzene scattata nel 1959. La centrale di Soverzene, realizzata in caverna, era il collettore di tutto il sistema di invasi che costituiva il progetto Grande Vajont, garantendo una produzione di 220 MW di corrente. Nella foto si vede anche il ponte-diga, un insieme costituito da una prima arginatura in terra e da strutture in cemento armato contenenti le opere idrauliche necessarie per la captazione e il contenimento delle acque del Piave attraverso la manovra di tre paratoie. La notte del disastro l'onda in discesa da Longarone divelse le tre paratoie esondando verso l'ingresso della centrale; gli alti spruzzi investirono i cavi dell'alta tensione presenti sul piazzale antistante l'ingresso, mandandoli in corto circuito. A ridosso delle paratoie divelte si accumulò una massa enorme di detriti di ogni genere, portati giù dalla corrente, che ostruirono il deflusso delle acque e invasero la sede stradale sul ponte-diga 

 

pozza1959

1959, Pian de la Pozza. Edoardo Semenza, nel corso degli studi preliminari sulla stabilità della sponda sinistra, scatta questa foto (ricolorata da Paolo DF) immortalando la dolina carsica che corre parallelamente al lago, nella convinzione di avere individuato il margine di quella frana di 50 milioni di mc che si credeva incombere sul lago. In realtà fu dimostrato che questa dolina non ebbe alcun ruolo nella gigantesca frana del 9 ottobre

 

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Sono circa le 10 del 9 ottobre 1963. Questa foto (ricolorata da Paolo DF) viene scattata dalla cabina comandi centralizzati da parte di due vigili urbani del Comando di Cortina d'Ampezzo in viaggio di servizio verso Pordenone e immortala il coronamento diga e la parte bassa del cantiere di Moliesa, sulla sponda opposta. La ricolorazione della foto permette di apprezzare nel dettaglio le luci di sfioro della diga e la strada di transito. Tra poche ore tutto questo non esisterà più

 

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Gli stessi vigili urbani fotografano anche il lago. Anche in questo caso la ricoloratura della foto originale operata da Paolo DF permette di vedere più nel dettaglio la Punta del Toc sulla sponda opposta e - sulla sinistra - il promontorio che devierà l'ondata di risalita salvando così il paese di Erto. Sullo sfondo, la mole imponente del monte Certen

 

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9 ottobre 1963, ore 10:00 circa. I due vigili urbani scattano questa foto dal coronamento della diga verso la forra. Sullo sfondo, il paese di Longarone e in primo piano la passerella pedonale (foto ricolorata da Paolo DF)

 

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Maggio 1963. Questa aerofoto (ricolorata da Paolo DF) immortala tutta la sponda sinistra del bacino, che al momento si trova nella sua terza prova d'invaso sperimentale, e il versante settentrionale del monte Toc. E' di facile individuazione la forma della frana "a sedile", con lo schienale costituito dal versante inclinato della montagna e la seduta che va dal Pian del Toc al Pian de la Pozza - Canever, attraversata dalla strada di circonvallazione

 

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Maggio 1963, margine orientale del lago. La foto (ricolorata da Paolo DF) prende la frazione di Pineda e, poco più a monte, la confluenza del rio Mesazzo, di cui si intravvede il ponte omonimo (che sopravvisse all'ondata di risalita, a differenza del ponte Therenton, ubicato più a monte proprio sul torrente Vajont). Il bacino è già a una quota significativa poichè da circa un mese è iniziata la terza prova di invaso sperimentale che - nelle intenzioni degli ingegneri - avrebbe dovuto arrivare a quota 715. Non ci arrivò mai. Nel settembre di quell'anno, a causa dell'aumento delle crepe e fessurazioni, iniziarono le operazioni di svaso fino alla tragica notte del 9 ottobre, con il lago a quota 700,30. Tutta l'area verde che si vede in riva al lago verrà distrutta dall'azione di dilavamento dell'ondata di risalita

 

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Aerofoto scattata dall'Aeronautica Militare il 22 ottobre 1963 sulla verticale del margine orientale di frana che ostruisce completamente il lago residuo. La ricolorazione dall'originale in b/n permette anche in questo caso di notare la completa abrasione dell'area, completamente spogliata da tutta la terra, l'erba e gli alberi che la ricopriva. La foto conferma quanto dichiarato da don Carlo Onorini che parlò della vicina zona di Frasein "bianca come un teschio". Nell'acqua si notano i detriti costituiti da terra e alberi (ricolorazione di Paolo DF).

 

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Questa aerofoto scattata il 22 ottobre 1963 dall'Aeronautica Militare (e ricolorata, credits Lost Structures) riprende l'esito dell'ondata di risalita sulle sponde di Erto (dove sorgevano le località Sot n'Ert, Le Rive, I Molini) e delle località di Ceva e Marzana sulla sponda opposta. Ai piedi del paese giace una mole immensa di detriti costituiti da terra e pezzi di strutture abitative. L'ondata ha messo a nudo la roccia su cui poggia il paese, sbiancandola completamente

 

lagodopo

Ancora un frame tratto dal documentario di Lost Structures. La foto è scattata dall'Aeronautica Militare in sorvolo sull'area del disastro il 22 ottobre 1963: la ricolorazione della foto permette di notare non solo l'azione di dilavamento delle sponde da parte dell'onda di risalita, ma anche il livello molto elevato del lago che risulta totalmente ostruito dalla frana sul lato sinistro. Le macchie giallastre che si notano nell'acqua testimoniano che la frana non si è ancora assestata; si intravvede il paese di Erto e lo sperone che lo ha protetto deviando l'ondata sulla sponda opposta

 

inertipiaveLa stazione di selezione, lavaggio e trasporto degli inerti edificata sul Piave: qui veniva scelta la ghiaia migliore che veniva macinata e quindi trasportata tramite teleferica all'impianto di betonaggio realizzato a Moliesa, appena sotto il paese di Casso. Qui veniva prodotto il calcestruzzo che, mediante un'altra teleferica orientabile, veniva a sua volta trasportato sui conci della diga per essere gettato.

 

cantieremoliesa

Il cantiere di Moliesa con l'impianto di betonaggio e la teleferica dei blondin per il trasporto del calcestruzzo sui conci della diga

 

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La ricolorazione di questa aerofoto scattata probabilmente nella primavera del 1962 permette di ammirare il bacino nella sua quasi totale estensione: il suo livello è già abbastanza elevato quindi è verosimile che sia in atto la seconda prova di invaso che porterà l'acqua a quota 700 s.l.m.; a destra si nota inoltre l'intera estensione del "sedile" di frana che va da punta Toc alla Paùsa - Pian de Sot: incombe su di esso la porzione del bosco vecchio che verrà trascinata molto più in basso

 

maggio1963

Maggio 1963.
Una aerofoto originariamente in bianco e nero (ricolorata da Paolo DF) permette di apprezzare il lago durante la terza prova di invaso. Ma ancora di più permette di apprezzare nella sua interezza tutto il versante del monte Toc oggetto della frana del 9 ottobre, di cui la nicchia di distacco del 4/11/1960 è un monito. Almeno dalla Val delle Ortiche al col Tramontin, seguendo la strada di circonvallazione attraverso il rio Massalezza fino a giungere a Pian de la Paùsa, Pian dei Canevèr e Pian de Sot quasi a ridosso della diga possiamo ammirare quel "mondo piccolo" destinato a scomparire.

 

maggio63

Maggio 1963: questa aerofoto (ricolorata da Paolo DF) immortala la diga del Vajont durante la terza prova di invaso, con il lago che sta salendo verso quota 715 (cui non arriverà mai); viene presa anche la forra e l'abitato di Longarone e Castellavazzo

 

pancini

1960. L'ingegner Mario Pancini all'interno della cabina comandi centralizzati. La foto (ricolorata da Paolo DF) è tratta da un documentario dell'epoca, tra l'altro molto rovinato: la sapiente ricolorazione del frame permette di apprezzare il coronamento della diga ancora privo dell'impalcato stradale e - sullo sfondo - l'apertura della valle del Vajont

 

dalpiaz

Foto di Edoardo Semenza dell'aprile 1960 (ricolorata da Paolo DF) scattata in occasione degli ulteriori sondaggi, dopo quelli del 1953, che dovevano svolgersi sotto l'abitato di Erto per valutare lo stato della roccia. Sono presenti, tra gli altri, Giorgio Dal Piaz (riconoscibile al centro), Mario Pancini e Franco Giudici. Come i precedenti anche questi studi ribadirono la stabilità della zona e su questo aspetto il parere dei geologi è sempre stato unanime. In questo periodo Edoardo Semenza aveva già espresso seri dubbi invece sulla tenuta della sponda opposta, sul Toc, a seguito delle indagini svolte l'anno precedente assieme al geologo Franco Giudici. Si svolgeranno nello stesso anno altri studi che porteranno Edoardo a definire la presenza di un'imponente frana sul toc dell'ordine di 200 milioni di metri cubi.

 

coronamento

Foto scattata probabilmente da località Moliesa, sede del cantiere e della stazione di betonaggio. Siamo nel 1962, a giudicare dal livello del lago: partendo dal margine più lontano la foto permette di evidenziare l'ammasso di calcare del Vajont, esito di una antichissima frana e futuro confine del lobo di frana orientale e la grande nicchia di distacco della frana del 4 novembre 1960. Tutta l'area compresa tra l'antica frana di calcare del Vajont e la diga crollerà nel bacino la sera del 9 ottobre 1963.

 

primoinvaso

Foto originale scattata da Bepi Zanfron probabilmente da località Pineda in sponda sinistra: siamo nel 1960, all'inizio della prima prova di invaso. In sponda destra, il paese di Erto, protetto da quel costone di roccia che lo salverà dall'ondata del 9 ottobre. Più in basso, le casere della frazione "I Mulini", già private dei coppi e delle infrastrutture che si potevano recuperare: esse saranno destinate alla sommersione e verranno definitivamente annientate dalla frana. Il livello finale del lago arriverà a toccare una quota di poco inferiore a quella di Erto: le sponde rimaste emerse saranno invece dilavate dall'onda di risalita che arriverà a infrangersi contro il margine orientale del bacino.

 

conci

Fotografia originale scattata da Bepi Zanfron, probabilmente dalla zona della cabina comandi centralizzati appena a valle della diga. L'anno potrebbe essere il 1959, a giudicare dallo stato di avanzamento dei lavori. Si notano gli operai in cima ai vari conci ancora chiusi dalle casseforme in attesa della solidificazione del calcestruzzo. La struttura aggettante del manufatto e la pressochè assenza di sistemi di protezione la dice lunga sui rischi professionali dei lavoratori. Sull'altra sponda, la località Molièsa con il cantiere, la palazzina uffici della SADE, la casa del guardiano, le strutture della mensa, dei dormitori e dell'infermeria: tutto sarà spazzato via dall'ondata che andò a infrangersi sul muraglione di roccia che si vede subito dietro, sopra il quale sorge tutt'ora il paese di Casso.

 

postfrana

Foto originale tratta dal Fondo Giacomelli, OPAC comune di Venezia. Siamo a marzo 1964: il disastro si è compiuto e sulle sponde si notano ancora i segni bianchi di dilavamento lasciati dall'ondata di risalita. Più a monte, in val Tuora, è già in funzione la stazione di pompaggio realizzata in tutta emergenza per svuotare il prima possibile il lago residuo rimasto senza emissario e le cui acque avevano raggiunto quote allarmati con il rischio reale di tracimazioni oltre passo S. Osvaldo, verso Cimolais. Anche la strada che si vede è stata realizzata all'indomani del disastro per ripristinare i collegamenti con la val Cellina.

 

impalcato

1961 circa: la diga è praticamente finita, manca solo la posa dell'impalcato stradale necessario per garantire il collegamento veicolare tra le due sponde del bacino. Mentre la diga è stata realizzata in calcestruzzo non armato, l'impalcato stradale è costituito da blocchi prefabbricati in cemento armato trasportati sul luogo da autotreni e successivamente collocati sul coronamento tramite delicate manovre con la gigantesca gru Derrick posta dietro la cabina comandi centralizzati. La struttura dell'impalcato stradale verrà inoltre a costituire le 16 luci di sfioro della diga. Gli operai stanno lavorando ad altezze vertiginose, 261,60 metri dal fondo della forra e non si notano sistemi di ancoraggio o imbracature. La strada consentirà il transito di veicoli in entrambe le direzioni e sarà dotata di due marciapiedi adiacenti alla ringhiera di ritenuta.

 

stradale

Longarone, 10 ottobre 1963. La foto originale è di Bepi Zanfron, scattata probabilmente dal vecchio tracciato della s.s. 51 "d'Alemagna" andata distrutta assieme al paese. Un sopravvissuto osserva senza parole la spianata brulla ove fino a poche ore prima sorgeva la "piccola Milano". Alle sue spalle. la guardia di pubblica sicurezza della Stradale di Udine Marcello Chiuppi, giunto la notte precedente in moto assieme ad altri colleghi per prestare i soccorsi: l'espressione del militare è eloquente.

 

9nov

Scatto preso dal coronamento diga probabilmente nel 1962, autore ignoto. La foto permette di localizzare l'antico ammasso di calcare del Vajont che costituirà il limite orientale della frana del 9 ottobre, la profonda nicchia di distacco della frana del 4 novembre 1960. Sull'area pianeggiante subito sopra (pian de la Paùsa) si intravvede la strada di circonvallazione del lago e alcune delle casere alle pendici del Toc; più in alto, il bosco detto "casera del Vecio", ribattezzato dopo la frana come "bosco Massalezza", per distinguerlo dall'omologo "bosco vecchio" situato sul lobo occidentale della frana.

 

diga

L’immagine ritrae la diga del Vajont già ultimata, durante una fase di riempimento dell’invaso. In primo piano risaltano le sedici luci di scarico del coronamento, un elemento tanto evidente quanto poco noto nella sua genesi progettuale.
Nel progetto originario le luci di scarico previste erano dieci. Tuttavia, in seguito alla tracimazione della diga di Pontesei nel marzo del 1959, si decise di aumentare il loro numero a sedici, differenziandone anche le quote altimetriche. La modifica fu ritenuta poco incisiva sotto il profilo delle tempistiche costruttive, ma significativa dal punto di vista della sicurezza idraulica.
L’incremento delle luci di scarico rispondeva all’esigenza di smaltire più rapidamente eventuali ondate generate da piccole frane, fenomeni tutt’altro che rari negli invasi artificiali di ambiente montano. È importante sottolineare che questa decisione venne presa molto prima della cosiddetta “piccola frana” del 4 novembre 1960, evento che mise in evidenza la massa instabile destinata a trasformarsi nella frana del Vajont.
 
 
manarin
Questa foto (credits Karim Manarin) è presa dal versante del Toc sicuramente prima dell'arrivo della diga: immortala sull'altra sponda la strada vecchia per Erto con direzione passo S. Osvaldo. Il piccolo "spicchio" del Pian del Toc a destra ne testimonia tutta la verde e ridente bellezza
 
 
malcom
Una cartolina ricolorata che ritrae la splendida Villa Malcom, andata completamente distrutta il 9 ottobre. Villa Malcom apparteneva alla famiglia Wiel, che la cedette a sir Malcom, un baronetto inglese innamorato del posto. I lavori del nuovo proprietario dotarono le proprietà Malcom di un parco, con viali, laghetto dei cigni e piante esotiche. Nel corso degli anni divenne il ritrovo delle feste e degli eventi mondani più importanti. Nel 1963 la villa era stata adibita ad alloggio per gli operai della ditta tessile "Lampugnani" di Caerano San Marco: la notte del disastro ve ne perirono 28.
 
 
 

sacaim

Questa foto è stata gentilmente concessa dal sig.Massimo Ferrigno, quel giorno in braccio a una zia. E' presa dalla spalla destra orografica del ponte Sacaim (o nuovo Colomber), appena fuori la galleria di adduzione. Siamo nel 1962.

 

colomber

Foto del 1913, comunque anteriore alla prima guerra mondiale. Ritrae il primo ponte in legno sulla forra del Vajont, che collegava la strada vecchia per Erto con la sponda ove sorgeva l'albergo Colomber. Ritrae il primo servizio di trasporto passeggeri Longarone - Claut della ditta Giordani

 

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La ricolorazione da parte del sig. Samuele Schiavon di una cartolina viaggiata negli anni Cinquanta ritrae la chiesa parrocchiale di Longarone e le abitazioni e strutture limitrofe. Tutto sarà raso al suolo dall'ondata del 9 ottobre.

 

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Longarone, 9 ottobre 1963, poco prima della mezzanotte. La tragedia si è compiuta da pochissimo: il fotoreporter Bepi Zanfron è il primi giornalista a raggiungere il luogo del disastro e scatta queste prime fotografie dei soccorsi. Verso le 23:00 aveva saputo che "qualcosa di brutto" era accaduto a Longarone dove si parlava genericamente di qualcosa capitato alla diga del Vajont, prese la sua macchina e cercò di raggiungere il paese, venendo però fermato poco prima dalla Polizia Stradale che aveva istituito un posto di blocco poichè la strada non era più transitabile. Ostinatamente volle proseguire a piedi, scortato dalle due guardie di pubblica sicurezza della Polizia Stradale che, compresa l'entità del disastro, si gettarono nel buio a soccorrere le persone. Qui, a malapena illuminati da una lampada Jodolux e da un'altra pila, i militari stanno estraendo dalle macerie un ferito.

 

longarone

Longarone, post 9 ottobre.
Una foto che fa capire più di mille discorsi l’apocalisse.
Non fu solo aria.
Non fu solo acqua.
Furono anche milioni di tonnellate di detriti, fango, rocce, alberi, ghiaia del Piave usati dalla furia come proiettili contro case e persone.
Con precisione chirurgica di un folle cecchino.
Case disintegrate qui, case rimaste illese un metro più in là: la differenza tra il vivere e il morire.
 
 
binari
Un'altra foto che in originale era in b/n ma che a colori assume altri significati. La linea ferroviaria che collegava Belluno a Calalzo è stata distrutta sebbene transitasse in posizione sopraelevata rispetto al pese di Longarone: nonostante ciò l'acqua ebbe la forza di annientare la massicciata attorcigliando i binari come fossero di pongo.
 
 
sposi
Longarone. Al termine della celebrazione del loro matrimonio i coniugi Tovanella si recano sul luogo ove sorgevano la casa e l'albergo gestito dallo sposo, per deporvi il bouquet di fiori: il sig. Tovanella si salvò unicamente perchè la sera del 9 ottobre si recò al cinema a Belluno anzichè fermarsi a Longarone a guardare la partita in televisione. Il fotoreporter Bepi Zanfron cattura con una foto tutto il significato di questo momento: il ricordo di chi non c'è più, ma anche il desiderio di rinascita, con la vita che in qualche modo continuerà ad andare avanti. Ringraziamo la sig. Ada Tovanella, figlia degli sposi, per la testimonianza fornita.
 
 
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1960, località Ceva - Marzana. Inizia il primo invaso e l'acqua sta raggiungendo le case più basse, ormai sfollate.  Sull'altra sponda, la località "I Mulini", appena sotto il paese di Erto. La foto è presa in sponda sinistra orografica ed è orientata verso est, vale a dire verso San Martino - passo S. Osvaldo. (credits archivio VdM, fondo 039)
 
 
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1948 circa: l'impresa "Tissi & C." riceve la commissione per la costruzione del primo ponte-tubo che garantirà il collegamento idrico con il bacino di Val Gallina e da quello alla centrale di Soverzene. In questa foto (trasmessa e ricolorata da Paolo DF del gruppo Facebook "il Vajont") si può notare lo stato di avanzamento dei lavori: siamo verosimilmente nel 1949, massimo 1950) con la posa della condotta realizzata in calcestruzzo armato.
 
 
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Il primo ponte-tubo terminato e già in funzione (foto ricolorata da Roberto Minardi)
 
 
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Da sinistra: Alberico Biadene, Carlo Semenza e un "quadro" della ditta "Torno". La foto è stata scattata presso uno dei punti di smistamento degli inerti che saranno poi inviati alla centrale di betonaggio per diventare calcestruzzo (foto ricolorata da Paolo DF)
 
 
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1964: stato di avanzamento lavori del secondo ponte-tubo (foto ricolorata da Paolo DF)
 
 
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La foto (ricolorata da Davide Mazzega) ritrae la frazione di San Martino all'inizio della prima prova di invaso: la pressochè perfetta corrispondenza dei colori offre un'idea estremamente precisa di come doveva essere dal vivo quell'area. Le case a quota più bassa verranno in parte distrutte dall'onda di risalita del 9 ottobre. La frazione di San Martino tributò 24 vittime, solo due delle quali recuperate
 
 
radio
Questa bellissima fotografia di Paolo DF (e da lui ricolorata) ritrae una struttura mobile per prospezioni geofisiche della Fondazione Lerici sul luogo del disastro, allestita su Jeep Willys SW. 
 
 
caloi
Una rara foto del geologo Pietro Caloi, uno dei tecnici che intervennero nello studio del versante del Toc, ricolorata da Roberto Minardi. L'esito contraddittorio dei suoi studi molto ravvicinati nel tempo ne appannarono la chiara fama nonostante egli nel 1965 avesse pubblicato una pregevole monografia intitolata "L'evento del Vajont nei suoi aspetti geodinamici" (scaricabile sul forum)
 
 
ponteseipd
Le due foto (ricolorate da Roberto Minardi) ritraggono il bacino di Pontesei prima e dopo la frana del 22 marzo 1959
 
 
laquila
1968, stazione de L'Aquila: arriva uno dei convogli contenenti tutti gli atti sequestrati già all'indomani del disastro. Il processo contro gli imputati, originariamente instaurato a Belluno, su istanza dei difensori fu fatto migrare nel capoluogo abruzzese invocando la "legittima suspicione", legata a motivi di ordine pubblico e alla possibile scarsa obiettività del collegio giudicante in quanto direttamente coinvolto dagli eventi. Telefoto ANSA ricolorata da Paolo DF.
 
 
quartetto
Da sinistra: il conte Vittorio Cini (presidente SADE), gli ingegneri Carlo Semenza e Mario Mainardis (direttori centrali), l'ingegnere Antonio Rossi (vice presidente SADE). La foto è stata scattata presso la vecchia chiesetta di S. Antonio al Colomber (ricolorata da Paolo DF)
 
 
imputati
1968
"Eccoli, 'sti galantuomini....."
(Ricordate chi lo disse? No, probabilmente. Bisogna amare Monicelli come me, ed il suo "il Marchese del Grillo", per ricordare il "bargello" che arresta e consegna al Commissario di polizia quelli che riteneva essere meritevoli di galera, tra cui il Marchese Onofrio)
Eccoli, quindi, i galantuomini della SADE, gli 8 imputati meritevoli di galera, secondo l'accusa (ne mancano tre, assenti giustificati)
Come nel caso del film con Alberto Sordi, alcuni più meritevoli, altri un po' meno, ed altri ancora -secondo la Cassazione- del tutto estranei a colpe e responsabilità.
PRIMA FILA:
- ing. Alberico Biadene. Ditemi che non serve spiegare chi fosse....
- ing. Almo Violin. Nel 1962, per diretto interessamento del ministro dei lavori pubblici Togni, subentra a Renzo Desidera (considerato forse troppo o̵n̵e̵s̵t̵o̵ "pignolo" dalla SADE) alla direzione del genio civile di Belluno. Decisamente più malleabile del suo predecessore, il primo provvedimento che prende è rimuovere il responsabile del dighe Giuseppe Beghelli (ingegnere idraulico) e sostituirlo con un geometra. Violin stesso, durante il processo di ammetterà di non conoscere nulla in materia di dighe (se non quanto studiato sui banchi di scuola) e di aver visitato quella del Vajont solo una volta, per "gusto personale".
Assolto per insufficienza di prove.
SECONDA FILA:
- ing. Roberto Marin, Direttore generale Enel-SADE. Al processo si difese dicendo che il suo incarico era di gestire la DISTRIBUZIONE elettrica, non la PRODUZIONE (in mano a Biadene). In buona sostanza lui dei pericoli non ne sapeva niente. Assolto da tutte le imputazioni per non aver commesso il fatto.
-Prof. Augusto Ghetti. Lo conoscete già. Quello del modello idraulico. Venne assolto, perché il suo modello risultò essere valido. A sua colpa il fatto di aver tentato di occultare la perizia con la quale si smontò completamente la tesi dell'inconsapevolezza. (perizia resa pubblica per merito di Lorenzo Rizzato, uno dei tecnici di Nove che lavorava per lui). Ma per quella colpa non venne mai processato da nessuno.
-Ing. Dino Tonini. Direttore dell'ufficio studi del gruppo SADE fino al 1962, per poi ricoprire la cattedra di "professore straordinario di idrografia e idrologia" presso la facoltà di ingegneria dell'università di Padova. Presso l'ateneo patavino continuò a svolgere incarichi di docenza internazionale per diversi anni. Al processo si difese definendosi "consulente", al momento del disastro. Assolto da tutte le accuse.
TERZA FILA:
-ing. Pietro Frosini, già presidente della IV sezione del consiglio superiore Lavori pubblici, prima fa approvare il progetto del Vajont, e poi diventa membro della famosa "allegra commissione di collaudo" (ricordate quando Paolini dice "degli ingegneri non parlo, per carità cristiana..."?) In pratica è uno di quelli che chiede alla SADE informazioni sulla diga da periziare, tra una scampagnata a Cortina ed una cena offerta sulla terrazza dell'albergo Europa, a Venezia (dalla SADE, ovvio). Assolto, al processo, per insufficienza di prove.
-ing. Curzio Batini. Dal 1961 subentra a Frosini alla presidenza del consiglio superiore dei lavori pubblici. Era lui, dopo Frosini, che firmava le autorizzazioni per gli invasi sperimentali, spesso dopo che gli stessi erano già iniziati ("tanto le autorizzazioni arriveranno...") In primo grado fu condannato a 6 anni per omicidio colposo plurimo; ritenuto colpevole, inoltre, di non aver allertato le popolazioni ed organizzato in tempo le opportune evacuazioni.
Assente, nel momento della lettura della sentenza per "grave esaurimento nervoso", la sua posizione viene stralciata in appello per le precarie condizioni fisiche. Morí circa 5 anni dopo. Il suo reato fu estinto con la sua morte, e non è dato sapere quali responsabilità gli sarebbero state attribuite in cassazione (in pratica non si sa se avrebbe fatto la galera).
Ing. Francesco Sensidoni, a capo del servizio dighe del ministero dei lavori pubblici fino al 1963 (anno in cui fu sospeso per poi essere definitivamente messo a riposo nel 1966) Altro membro illustre della commissione di collaudo, è l'unico (oltre a Biadene) ad aver ricevuto una condanna nel terzo grado di giudizio.
Con l'accusa di "inondazione aggravata dalla previsione degli eventi" dopo essere stato assolto in primo grado, viene condannato in appello a 4 anni e 6 mesi (di cui tre condonati). In cassazione la pena viene ridotta a 3 anni ed 8 mesi, che diventano quindi solo 8 mesi (interamente scontati in una clinica privata per le sue condizioni di salute). Testo e foto di Roberto Minardi.
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